Libri di arte, poesia e filosofia

La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

mercoledì 21 marzo 2012

Giuseppe Carracchia


             
Giuseppe Carracchia, La virtù del chiodo
(con un dipinto di Aki Kuroda)


Edizione d'Arte stampata tipograficamente su carta Flora in 199 esemplari numerati a mano. Fuori testo, una litografia di Aki Kuroda: fleur (litografia originale a colori, di mm. 620 x 360, impressa su carta velina nell’anno 2005 per la Fondazione Maeght). Il libro è composto da 10 poesie inedite di Giuseppe Carracchia e da un disegno interno di Alberto Giacometti.

ISBN 978-88-905854-2-5

«L’intento di rincorrere e di centrare il punto più profondo dell’essere, adoperando un approccio oggettivo, si manifesta con una lingua programmaticamente ordinata e geometrica, di assai felice e suadente vocalità, nella quale il ricorso a un metro largo e disteso e l’uso della rima, sia baciata sia alternata, esprimono la volontà di costruire una rigorosa forma di protezione (o addirittura di fuga) dalle pericolose pastoie del lirismo o, peggio, del sentimentalismo. I testi si muovono, dunque, sul fondamento di un’architettura estremamente rarefatta e sorvegliata, e la strategia modulare di questa loro elegante e raffinata compostezza sa imprimere, all’intero discorso, una levità e una fluidità che permettono di leggere l’intera raccolta come un ideale poemetto, intelligentemente concepito su di un progetto di ragionata e compatta continuità». 
Mario Fresa

 




Su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia
EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kurodaù

recensione di Narda Fattori








Mi piace introdurre una nota di lettura critica per questo delizioso libretto di poesia, impreziosito dalle immagini, con quanto l’autore manoscrive in quarta di copertina e che dà ragione del titolo: “la   virtù del chiodo è innanzitutto, per me, il poemetto dell’antinichilismo. Incanto e complementarietà di ragione e sentimento”. La virtù del chiodo si colloca semanticamente all’interno di un ossimoro: il chiodo ha una punta, fora e trapassa e , in quest’azione di violenza, unisce, avvicina, consente di portare alla visione il lontano accanto al presente o , ancora, permette la coabitazione di istanze opposte, senza che esse stridano e confliggano. “(Che non puoi piantare un chiodo/ in cielo per appenderci un pensiero / mi chiedo, sarà poi così vero?)”, afferma già in apertura il giovane ma tutt’altro che ingenuo poeta.
Infatti le poesie che incontriamo nel poemetto, azzardano un altro ossimoro: inseriscono all’interno di una costruzione metrica armonica, che non si priva di rime, di allitterazioni, di metafore altamente significative, una visione della realtà che persiste nell’incostanza dell’essere ma che dalla sua stessa incostanza trova ragione d’essere e verità, perlomeno dubbio. Carracchia vede nell’informe la forma, la lezione che la ragione trae dalla visione.
L’apparente leggerezza della scrittura cela e svela; si leggano questi versi: “La virtù del chiodo che regge frattura [ovvero ciò che si è spezzato, separato franto] / e vuoto svela la falsità del niente: / compiutezza del ragno che ha mura / e casa in aria d’un prisma lucente”. Ciò che è fra parentesi è mia considerazione a cui vorrei mettere in relazione gli ultimi due versi: la casa in aria, perfetta, prismatica e salda fra le mura del ragno. Dunque l’aleatorio di una casa in aria è invece stato di compiutezza per il ragno.
Ma di ogni singola poesia potremmo citare immaginifiche verità celate ad uno sguardo che non sia attento; che “vede”, si apre alla visione e scopre la perfezione nell’imperfetto e viceversa: “La proporzione delle parole spacca / dal ventre la pietra…”, “ germoglio in nodo al noce”;  si noti la padronanza delle rime interne, delle assonanze, la padronanza assoluta e non scolastica del metro.
Carracchia è un poeta giovane che davanti alla materia che tratta, direi un piccolo saggio di filosofia sulla perfezione dell’imperfezione, o una dimostrazione della logica dei frattali, utilizza uno strumento raffinato come la poesia con padronanza per cui leggiamo piccoli capolavori di intelligenza in forma d’arte.
Meritano una riflessione ulteriore alcune sue considerazioni poste ad apertura o a chiusura di un percorso poetico che si svestono degli abiti belli della poesia e rivelano ex abrupto l’intenzione del poeta.
Ma questa plaquette non contiene niente di sapienziale, di supponente, di saggistico, anzi si dona a chi ha cuore e ragione a monito della superficialità del nostro sguardo.
Per conservare il suo chiaro e non intriderlo nel materiale che affronta, il poeta si annulla; poesia non ombelicale dunque; l’io in quanto portatore di ingombri, manca : sono i sensi a percepire e la ragione a dire il percepito.
È veramente una piccola opera di grande caratura poetica ed esistenziale.



blanc de ta nuque

martedì 13 settembre 2011

Giuseppe Carracchia


Avere 23 anni ed essere già al quarto libro di poesie attesta perlomeno chiarezza in merito al mestiere che si è scelto. E di «mestiere» parla lo stesso Giuseppe Carracchia ne La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) che egli, anche ne Il verbo infinito (Prova d'Autore, 2010), associa all'arte della tessitura, assecondando così l'etimologia ed il destino dello scrivere testi, consistenti nell'intrecciare fili con metodo, avendo un progetto. La sostanza di quest'ultimo, nel caso di Carracchia, è sicura, così come la difficoltà conseguente, nella misura in cui «il verbo», a suo dire, deve incidere la carne pur avendo natura ariosa, ma non essere «solo aria» né «solo carne». Il tutto inseguendo la bellezza, che è cosa viva, «l'inarrestabile cammino verso la vita aperta» come scrive François Cheng citato in esergo. Bellezza e vita, qui, sono la stessa cosa, e lo sa bene Carracchia quando ammonisce e auspica: «Questo ci rimane e questa pare ci avanza / predisporre miracoli e cure, vivere / facendo della vita una danza». Proposito nietzscheano poi amato dal Rilke dell'Orfeo, che pretende l'occhio apollineo per poterne raccontare l'ebbrezza. In altre parole questo movimento è «la virtù del chiodo che regge frattura / e vuoto svela la falsità del niente».

Costruire su quel vuoto, amando quanto ci rimane e avanza, ispira entrambi i libri, che hanno nel fiorire – in questo verbo decisivo per la cultura moderna, da Novalis a Pascoli sino all'Ereignis heideggeriano – l'imprendibilità dell'origine e la forza della nascita, dell'aprirsi al senso delle cose.

Carracchia vorrebbe tenere sulle punte anche la scrittura, sapendola esercizio massimamente difficile. E infatti lo è perché talvolta, soprattutto nelle quartine, qualche semplificazione si avverte (rime facili o soluzioni tematiche a sentenza secca, comunque ben presenti anche in Caproni sin da Il muro della terra, per cui difficile rimproverarlo senza sentirsi in difetto). In ogni caso, io lo preferisco quando il respiro si fa più ampio e l'arco del pensiero sboccia senza fretta; del resto, anche molte quartine si lasciano gustare, ed è quando, forse memori dell'haiku o della concinnità classica, circoscrivono azioni ordinarie, dando loro valore universale. A 23 anni mi pare un traguardo di tutto rispetto.



Da il verbo infinito



“la semplicità non è il punto di partenza, ma il fine”




(dalla sez. Esistere)



Mi sono fermato -nel silenzio

metafisico che precede un assedio spartano-
ad ascoltare il battito del cuore
vecchio tamburo di latta
e ho sentito il suo lieve percepire
la musica che nel lontano Catai fanno i bambù
quando sono accarezzati dal vento


come le scarpette di un fiore
io voglio essere unito
e sempre slacciato




(dalla sez. Amare)




*


Se chiedi a me perché

amore, ti rispondo non so
e se so non capisco.
Ma c'è un fiore sulla mia scrivania
un fiore di carta, amore mio.
L'hai portato stamattina
in abbonato col caffè.
C'è un fiore di carta
solo per me, tutto rosso
e gli abbiamo dato da bere
a più non posso

perché il nostro amore

è più grande del sapere
e cresce.



(dalla sez. Sbendare)



Libertà è cadere, ma dura poco dirai

e forse è proprio vero -o magari veritiero-
che Pollicino sfalda e sbriciola focacce
solo per perder meglio le sue tracce


Libertà è cadere, e dura poco
se pensi all’eternità
ma è un’eternità
se mentre lo fai non pensi a niente.



(dalla sez. Condividere)




................Alla ragazza Carla,

...............al padre Elio Pagliarani

*


Anche la vita, se vuoi capirla

devi lasciarla andare
e poi cercarla in mezzo agli altri.

Probabilmente qualcuno

avrà capito che la settimana
disabitua dalla domenica e
che il settimo giorno ci si trova
soli come fosse il primo di una
creazione in atto, e nessun matto
al primo giorno già dispera
che la vita è una soluzione
momentanea, poco bella.
Sorridi stella, sorridi ancora
non fermarti ora, è quasi lunedì.
Curati adesso del tuo giardino,
dattilografa garofani
che agli occhi dei passanti
insegnino la vita.





Da La virtù del chiodo



«Chiodo: sottile barra di metallo aguzza da un lato,

solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti;
dal lat. clàvus per mezzo delle antiche forme chiàvo,
chiòvo (dalla stessa radice di clàvis – chiave)»



I



................Così chi cerca a lume di candela

................il passo dell’ombra che il dubbio smuova
................per primo a trapasso silenzio trova
...............e disperato a verità anela




*


Poiché ogn’essere è carpentiere

del tessere il proprio mestiere
e ogni luogo che ha in sé famiglia
porta il mistero dell’occhio, le ciglia.

(Che non puoi piantare un chiodo

in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi così vero?)



*


Sputa al vuoto il ragno tra i cotoneastri

la propria casa a geometria degl’astri
istituisce e ispira l’imperfezione
nostra: il difetto all’azzardo ripone.

Il ragno inquadra, mira e anzitutto osa

(sarà questo il mistero del chiodo:
tingilo d’azzurro e piantalo nel vuoto)



*


La virtù del chiodo che regge frattura

e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.



II





*


Rivolta la terra il gelo e in roccia

s’abbarbica al cielo esposta la pianta
a strapiombo il terebinto sboccia

forza che squarcia e fendendosi vanta

virtù che s’attacca al calcare in sintassi
e alla vita dona un nome: spaccasassi.



*


A te che cima di bellezza e mondo

per prima hai colto con mano sul mio
volto a premura di madre che va
in fondo e non invano rendo grazie
al tuo universo, tu seconda
persona singolare che m’hai preso
ed immerso feconda compagna
universale in te ritrova grazia
il disperso che impara
il buon uso del sale:
rinsalda a condimento la ferita
ed evita di confondere il male
col rosso che disinfetta la vita.



Giuseppe Carracchia, nato nel 1988, laureando in lettere moderne, vive attualmente a Catania. Ha pubblicato 4 sillogi di poesia: Pensieri notturni (ed. Edessae, 2005), Anime vagabonde (Roma, 2007), Il Verbo Infinito (ed. Prova d’Autore, 2010), La virtù del chiodo (L'Arca Felice, 2011) e una piccola raccolta, Poesie col nastro rosso, nell’antologia Burattinai di parole (Ass. cult. Città Nuova, 2010).



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