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La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

domenica 7 agosto 2011

Mario Fresa Questionario di poesia (7)




Mario Fresa
questionario di poesia (7)




Giuseppe Vetromile








Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

L'inizio della scrittura poetica è quasi sempre inconsapevole. Nel mio caso, i primi versi scritti tantissimi anni fa, quando ero appena ventenne, erano del tutto spontanei e privi di un qualche minimo obiettivo da raggiungere, ma scaturivano soltanto dal piacere e dalla gratificazione che mi procuravano. Col passare del tempo, e con la cosiddetta "maturità", la mia ricerca poetica è diventata vieppù esigente, a volte persino dilaniante, nel progettare un discorso sempre più complesso, sempre più totalizzante, fino a pensare, in questo ultimo periodo, ad una poesia che sia l'autentica (e in un certo senso impietosa) immagine del mio rovello interiore.


Come nasce, in te, una poesia?

È curioso, e non saprei dire se succeda anche agli altri "colleghi" poeti: la mia poesia nasce (inaspettata o forse rimuginata) da una parola, un termine, una breve proposizione, che appare all'improvviso nella mia mente. Il tempo di appuntarla, per poi sviluppare l'immagine, elaborarla, disfarla e ricostruirla, trovando le parole giuste, e costruendo via via l'"edificio poetico". Salvo poi a ritrattare tutto e riscrivere daccapo, come araba fenice, una nuova struttura, magari completamente opposta a quella originale. Così mi va...


Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Penso a entrambe le cose. Certamente, e parlo di me, il poeta parla e scrive delle cose che vive, che gli toccano in prima persona, ma sublimando e trasfigurando lo stato per porlo in un contesto più alto, più generale. Vi è poi l'aspettativa: parla spesso, il poeta, di ciò che vorrebbe e che non riesce ad ottenere. La speranza è sempre posta dietro l'uscio di casa, sul pianerottolo: c'è, anche se è fuori dal quotidiano.


La poesia è salvazione?

In un certo senso ritengo che, sì, la poesia può essere salvifica. Ma non solo nel senso di sbocco creativo attraverso il quale far fluire tutte le proprie (più o meno represse, concentrate, accartocciate) aspettative, ansie e gioie, impellenze rigeneratrici, eccetera eccetera: la classica "valvola di sfogo", per vedere realizzata in forma artistica e più o meno inossidabile, sempiterna, la propria aspirazione al trascendente, e per non banalizzare la propria spiritualità richiusa e integrata nella materia caduca di quest'universo che ci ha generato. Ma anche - e forse è questa la funzione principale - per indicare a se stessi e al mondo che c'è ancora qualcosa da seguire, da pensare, da meditare, da esserne in qualche modo coinvolti: perché la poesia, se è poesia, coinvolge e rigenera. E quindi, in questo senso, indica una possibile meta di salvezza, in un mondo che progressivamente degrada (almeno in questa fase storica!).


A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Al gioco della trottola. Mi affascinava il vorticare multicolore della trottola, il suo equilibrio precario, dipendente dalla forza impressa dalle dita sulla vite elicoidale che serviva a caricarla e a farla girare. Mi affascinava il suo sibilo procurato dall'impatto con l'aria, e i colori che si fondevano in una fantasmagoria di luci da fiaba. Così la poesia: ruota su se stessa, da capo a coda, e da coda a capo, generando suoni e colori, sensazioni e fascino...


Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

Ad essere più severo ed autentico con me stesso. Ad osservare una disciplina quasi ferrea nell'interpretare con continuità, coerenza e insistenza, il mio mondo, il mio essere, il motivo per cui sono qui, la mia vita. A cercare le parole più adatte, il modo più adatto, lo schema e lo stile più consono, per esprimere quello che sento e provo. Se poi questa è poesia, non vorrei essere io a dirlo.


Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

È una domanda che mi sono posto tantissime volte: quanto, di quello che scrivo in poesia, è e rappresenta realmente la "mia verità"? Nell'ostinato e sofferto lavoro di ricerca e di introspezione per capire e interpretare il segreto rovello dell'anima, si può "travisare" e produrre altro da quello che si intendeva. O anche perché non si sono trovate le parole giuste. Ma a volte può capitare che questa situazione sia voluta, che si voglia veramente esprimere cose diverse dalla propria verità, "mascherandole" opportunamente. Per convenienza? Per pudore? Per timore?... Chissà, ma può capitare. Non penso, però, che la finzione o il mascheramento siano frequenti in un poeta: credo di più al suo sforzo autentico nell'esprimere la realtà interiore/esteriore, onestamente e senza eccessivi infingimenti.


Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

Vorrei ricordare una delle tante valide ma un po' trascurate voci meridionali: Vittorio Bodini, pugliese, morto nel '70. La sua poesia mi affascina, per l'intenso richiamo alla natura del Sud, sulla linea di Sinisgalli e di Rocco Scotellaro. Splendidi i versi della raccolta La luna dei Borboni: «La luna dei Borboni / col suo viso sfregiato tornerà / sulle case di tufo, sui balconi. / Sbigottiranno il gufo delle Scalze / e i gerani - la pianta dei cornuti -, / e noi, quieti fantasmi, discorreremo / dell'unità d'Italia». La trovo molto attuale!


Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

In un mondo che va sempre di fretta, che consuma in modo abnorme, squilibrato, che si preoccupa più del contenitore che del contenuto, che è superficiale e banale, scostumato, impertinente, lazzaro, spesso degradato, cosa può fare un poeta?... Gli auguro comunque di continuare imperterrito, in qualunque modo egli veda, senta e scriva la poesia. E che abbia il dono di essere capito, che susciti forti emozioni e sensazioni nuove in chi lo ascolta. Sarà sempre utile, anzi: indispensabile. Perché la poesia è prerogativa dell'umanità, che è creativa e ri-creativa.


Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?

Tornando al mio Bodini, ho già espresso la mia preferenza, citando quei versi.
Però devo confessare che colui che maggiormente e più costantemente mi ha accompagnato nella mia, diciamo così, maturazione poetica, è stato Quasimodo, e in particolare il Quasimodo de La vita non è sogno. Nel Lamento per il Sud leggiamo: «Oh, il Sud è stanco di trascinare morti...». Vi trovo l'eterna diatriba tra Nord e Sud, tra un Nord ricco produttore e consumatore e un Sud povero e dipendente, se non schiavo. È la perfetta eterna allegoria della lotta tra il Male e il Bene, concretizzata e attualizzata nelle problematiche esistenziali e sociali che ancora attanagliano il nostro Meridione. Ed è un richiamo alle armi, alla riscossa, alla rivalutazione!







In alto, un disegno di Umberto Boccioni [1882-1916]





6 commenti:

  1. Come dice l'amico Pino Vetromile, il poeta vuole suscitare emozioni. Ma, più e prima ancora che in altri, in se stesso. Giacché l'atto creativo si fonda sulla capacità di commuoversi, prima di far partecipi gli altri dei propri sommovimenti interiori. E Vetromile, che è poeta vero e autentico,vive questa condizione con la sofferenza (inevitabile) di chi vede più profondamente nelle cose e ne coglie, con spiccata sensibilità,l'aspetto precario e transeunte.

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  2. Eugenio Lucrezi scrive: Bodini? sì, grazie. Vetromile ricorda - oltre al giustamente famoso Quasimodo - un poeta meraviglioso,interprete puntuale del suo tempo (il Novecento di mezzo) e insieme del Sud mediterraneo senza tempo e senza centro, che ha amato e percorso con la passione dei versi e con gli studi. Ispanista di fama, tradusse Gongora e altri grandi del Siglo de oro, cantò in poesie indimenticabili il vitalismo sensuale e funereo di Lecce,la sua (e mia) città barocca,che più barocca non si può. Grazie a Pino per le sue risposte a Mario. Grazie a Bodini per avere cantato, come pochi altri, il nostro Sud. P.S.: Vittorio Bodini stava nella stessa scuola della sorella maggiore di mia madre, Irene Malecore, che sarebbe diventata anch'ella poetessa. Erano amici. Dopo che mia zia, qualche anno fa, morì ultranovantenne, trovai tra le sue carte una copia ingiallita del giornalino del liceo, datato anno X dell'Era Fascista. All'interno, tra amenità edificanti e goliardate di poca malizia, un poemetto del ragazzo Bodini, scanzonato e irridente, su insegnanti e compagni di classe. Accanto, un caricatura, di mano di un compagno non meno talentuoso, ritraeva il talentuso scolaro: Vittorio, bello e sfrontato, che ride, i pugni sulle anche, sulla fronte un lungo ciuffo di capelli che avrà rimpianto chissà quante volte, da adulto e da stempiato. Nel poemetto ne ha per tutti, beata giovinezza: prima della guerra, prima del dolore, prima del disinganno e prima della rabbia, prima di sgranare l'interminabile rosario delle fini che avrebbe consegnato alla poesia migliore che la sua terra ci abbia saputo dare.

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  3. Il primo (e anonimo) commento è mio, e cioè di Pasquale Balestriere.

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  4. Domande impegnative, quelle poste da Mario Fresa, come è giusto che sia, incentrate su ciò che davvero conta nell'atto di scrivere, e di vivere, la poesia. E Giuseppe Vetromile ha risposto con coerenza e sincerità, parlando di ciò che davvero ha vissuto e percepito, delle domande esistenziali, degli incontri con le persone e con gli autori, con i volti e con le parole che restano dentro. Un bel dialogo, ricco di spunti non banali e non scontati, capaci di generare nuove riflessioni riguardo alla letteratura e non solo. Un caro saluto a Mario e a Pino da Ivano Mugnaini

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  5. molto bello e sincero, questo dialogo. ne viene fuori pino proprio come credo lui sia: di occasione in occasione si fa conoscere sempre meglio e sempre più lo apprezzo. non conosco bodini: chiedo a eugenio di prestarmi qualcosa di suo la prossima volta che ci si vedrà. la pagina di eugenio è come sempre calda e densa e generosa. si incontra gente niente male in questo luogo... marco de gemmis

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  6. Domande interessanti e significative quelle del questionario. Mi sono piaciute le risposte sincere e veraci di Giuseppe Vetromile che sottolinea gli aspetti più salienti dell'atto crativo poetico sia dal punto di vista del proprio individuale sentire che, generalizzando ma senza banalizzare, secondo quella che può considerarsi la propulsione lungimirante del poeta.
    Mi ha colpito molto l'immagine della trottola e le sensazioni che questa aveva provocato nella sua infanzia. Sono totalmente d'accordo sul fatto che "la poesia è prerogativa dell'umanità, è creativa e ri-creativa."
    Un saluto
    monica martinelli

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