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La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

domenica 22 aprile 2012

Questionario di poesia (40): Giorgio Bonacini




 Mario Fresa
Questionario di poesia (40)

Giorgio Bonacini






Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Non c’è un segreto o un’intenzione volutamente nascosta, ma un desiderio di riuscire a scrivere poesia con parole che riescano a dire il vero che sta in un continuo senso iniziale e in una significazione finale forse sfiorabile, ma in sé irraggiungibile. E’ il mio tentativo. Forse in qualche poesia l’ho sentito vicino, ma non so se l’ho raggiunto. Vorrei che la scrittura fosse veramente la sostanza di un pensiero poetico che riempie di sé un mondo: che parte da questo in cui siamo ma arriva a dar forma a un altro. Come dice Joë Bousquet: Non una riga senza aver pensato o sentito ciò che essa scrive.


Come nasce, in te, una poesia?

In modi sempre diversi, anche all’interno di una stessa serie di poesie. Un’idea, un’immagine, una parola letta, ascoltata o detta, una lettura, una situazione che mi porta a pensare: in definitiva da tutto ciò che è la vita. Prendo appunti su foglietti e poi quando sento che è il momento comincio a scrivere. E inizio subito a definire se sarà una sola poesia o una sequenza o un poemetto: questo mi permette di sviluppare l’andamento del testo e a far sì che la sua scrittura sia quella che deve essere per quella struttura formale e sostanziale. E’ per questo ogni mio libro è diverso dall’altro; e anche perché io sono diverso da un libro all’altro.


Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Il poeta vorrebbe forse vivere realmente ciò che scrive, ma questo gli riesce solo in parte: ma quella parzialità (molto umana) è proprio la parte necessaria per dire e dare una voce al suo desiderio, che è un luogo pensante e tortuoso. Ma il mondo del poeta non è relegato in una dimensione personale: è un mondo che vorrebbe essere singolarmente collettivo. Così la poesia che il poeta consegna al lettore (anche a lui stesso quando è lettore di sé) ha un senso che appare indefinito perché è sempre in attesa di avvicinarsi a una compiutezza, una fra le tante, da chi sente di ricevere un dono inaspettato. Dunque il poeta, alla fine, parla di qualcosa che pensa ma non sa ancora. E credo che questo non sapere sia il motore del suo dire incessante, inattuale e costantemente in prova.


La poesia è salvazione?

La poesia è un fare, e mentre opera con il suo scrivere e dire ha cura del nostro naufragio. Non so se ci salvi, ma di certo ci aiuta a respirare e a considerare, anche nei patimenti, la possibilità di una conoscenza diversa, non comune. La poesia vive e costruisce la possibilità di un senso nella calma e nelle intemperie ed è lasciandosi andare alla sua corrente (Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori/carte e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia/mobile d'un rigagno…) che si riesce a trovare qualcosa e un poco a trovarsi.


A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Alla scatola di montaggio del meccano. Perché si dovevano cercare e trovare i pezzi (le parole), poi le viti, i bulloni, le corde, i ganci (la punteggiatura che dà pause e ritmi); unirli avvitando (la disposizione dei versi) e alla fine provare il funzionamento della gru o del montacarichi (la scrittura, il suono e l’accensione dei sensi devono essere quelli per quella particolare poesia e non altri).


Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

Dalla lettura e dalla scrittura dei testi poetici ho imparato a considerare l’esistenza di una riflessione sulla natura e sul divenire delle cose che non è solo quella che normalmente si chiama realtà. E che la ricerca di una lingua, che non sia solo oscurità o chiarezza, ma indicazione per una particolare disposizione del pensiero, è un luogo di esistenza che ha un suo corpo reale. E se anche questo può sembrare immaginario, in chi scrive e legge poesia questo mondo si materializza nel sentire e nel percepire l’intima dimensione del fare poetico. Scrivere versi mi ha portato anche a considerare non la verità, ma il vero: che non è una dimensione controllabile ed esauribile, ma una molteplice sfaccettatura materiale e mentale, di arricchimento costante e di riformulazione del già dato e conosciuto. Non si esce indenni dalla pratica poetica. Le categorie ordinarie si frantumano e ne esce un rimodellamento nuovo, anche quando questo è di difficile comprensione.


Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

Credo che in poesia, e in generale quando si è in atto di scrittura, l’io del poeta riesca, concentrando i propri sensi e le proprie percezioni, a polverizzarsi e, apparentemente, a dimenticarsi e    a neutralizzarsi nell’opera. Ciò non significa che l’autore debba scomparire, ma, anche quando parla di sé, deve cercare di dire la voce e la parola che va detta : e non solo la sua voce e la sua parola. Si può chiamare finzione o mascheramento questo sgretolarsi e ricompattarsi in altro? Forse sì, ma solo se pensiamo che non sia la poesia a essere finzione o maschera per il poeta, ma il contrario: è il poeta a essere maschera/finzione della poesia. Un’astuzia della scrittura!


Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

Adriano Spatola, per la sua coerenza poetica e intellettuale e per aver esplorato tutte le possibilità poetiche: quelle visive (Zeroglifici), quelle sonore (Aviation aviateur) quelle lineari (tutte le sue poesie), quelle editoriali (Tam Tam e Geiger) per arrivare a praticare quella Poesia totale di cui è stato teorico e che ha cercato di sistematizzare in un importante saggio. E tutto questo con il dono dell’amicizia.


Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

Di continuare a leggere le poesie degli altri poeti, meditarne le parole come se fossero proprie e lasciarsi andare alla contemplazione delle proprie immagini: quelle che si vedono dopo aver letto. E di continuare a scrivere quando è necessario scrivere, nello stupore di ciò che si crea con la parola, sapendo che anche un solo lettore è un dono felicemente inesplicabile.


Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?

A parte E il naufragar m’è dolce in questo mare, da cui tutti i poeti dovrebbero provare a partire e arrivare, cito questi due versi di Wallace Stevens: “There it was, word for word,/ The poem that took the place of a mountain.” (Era là, parola per parola,/la poesia che prese il posto di         un monte). Dove dice tutta la possibilità di dare forma, corpo e concretezza a un mondo con la poesia. Ma non un poetare astratto, bensì con la parola, fatta fonia e grafia, e sequenzialità e scelte concettuali che diventano, roccia, montagna. E non una montagna altra in un mondo a parte, ma un’invenzione diversa della montagna che c’è.










 



In alto, un dipinto di Carlo Carrà [1881-1966]















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