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La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

martedì 6 dicembre 2011

questionario di poesia (24)




Mario Fresa
Questionario di poesia (24)


Sandro Montalto









Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?


Il mio intento, più che segreto progetto (anzi spero non sia tanto segreto, preferirei fosse abbastanza palese), è quello di “accerchiare” il reale, ossia la nostra esistenza sotto l’aspetto sociale, filosofico, psichico, civile, biologico etc., usando le risorse della lingua. Il che significa che, secondo me, la poesia è tale se in qualche modo è chiaramente diversa alla prosa, nel ritmo e nelle funzioni (è ad esempio intensiva e non estensiva), e sfrutta tutte le risorse dateci dai linguaggi della tradizione letteraria ma anche dal lessico scientifico e quotidiano, siccome noi non viviamo a compartimenti stagni e dunque non possiamo ragionare ora in modo poetico, ora in modo quotidiano. Insomma, detta un po’ così,  un poeta deve essere tale, globalmente e profondamente, quando scrive una poesia e quando frigge un uovo, e allo stesso modo quando scrive una poesia, fosse anche un’ode o un sonetto, deve riversare nella poesia, trasfigurato fin che si vuole, il suo stare al mondo in un certo clima psichico e sociale, e con il profumo di uova fritte nell’aria. Inoltre, la poesia non deve mai dimenticare la necessità di una sua musica e di un suo ritmo (il che è diverso dall’astratta “musicalità” di cui spesso si parla in critica), cioè di un aspetto fonico che le è connaturato anche quando si pensi di scrivere solo per la carta. Insomma la poesia (ma non la singola poesia, che può essere, e legittimamente, bellissima o ridicolmente banale, bensì l’opera, l’opus) deve essere una operazione, ampia e caparbia, di lettura del mondo, la quale però rifiuti sia la mimesi (che è vigliacca) sia il settorialismo (che è opportunistico). Ossia, la parola deve rendere conto continuamente della complessità, mutevolezza e anche contraddittorietà del reale, resistendo alle tentazioni di avallarlo o di sfruttarlo.


Come nasce, in te, una poesia?

Innanzitutto mi è impossibile scrivere sull’onda dell’emozione. Da ragazzino scherzavo dicendo che al modello Foscolo sulle barricate preferivo il modello Montale in pantofole. Solitamente mi colpisce qualcosa (la particolare angolazione di un problema, una contraddizione, spesso il suono di una parola o di una frase, o ancora un’assonanza) che diventa il nucleo dal quale germina il testo. Siccome però credo che la forma sia indispensabile (il che non significa metrica, bensì la giusta misura: spesso si sente che una poesia doveva avere diciamo 5 versi, il poeta ne ha voluti fare 10 e c’è tanta fuffa), ho bisogno che ciò che mi ha colpito si radichi, poi sedimenti, poi soprattutto interagisca con stimoli diversi e vari che sono un po’ una messa alla prova (l’assonanza interna a un verso amoroso come sopravvive o come si modifica dopo un litigio, o un guasto alla macchina, o due giorni di emicrania?). E che infine esca, necessariamente in un’unica stesura tutta di un fiato senza sovracostruzioni, spostamenti o correzioni. Preferisco poi, e a distanza di anni (il libro Il segno del labirinto che ho appena pubblicato, ossia nel 2011, vede una selezione di poesie scritte tra il 1994 e il 2008), mettere alla prova il materiale accumulato ed eliminare la maggior parte dei testi, resistendo alla voglia di adeguarli alle necessità del momento (il che sarebbe, per me, come falsificare le cartelle di un paziente in cura da anni per dire che la cura funziona).


Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Ci sono ovviamente molti modi di essere poeta (stavo per scrivere “fare il poeta”, ma questa brutta cosa la lascio alla maggior parte dei facitori di versi e fini dicitori oggi in auge). Io, ed in parte ho già risposto sopra, credo che scrivere poesia distaccati dalla realtà, ossia dai molteplici stimoli della realtà, sia sbagliato, un tradimento. Insomma potrei scrivere un romanzo su cose che mai mi sono capitate e mai vorrei mi capitassero, o delle quali insomma nulla mi importa, ma una poesia no.  Da parte mia ho la sensazione, fin da bambino, che a sfuggire sia la complessità autentica del reale, e che la nostra condanna sia l’impossibilità per la parola di descrivere perfettamente la cosa. E’ quello che i dotti chiamano “alterità”; io preferisco, usando un termine matematico credo più preciso, parlare di “asindoto”. Il termine è utilizzato per denotare una curva alla quale si avvicina indefinitamente una funzione data, ossia “tende a”, ci si avvicina e la toccherebbe se non fosse destinata a restare da essa separata per valori infinitesimi sempre minori ma comunque irrimediabili (è il concetto matematico di “limite”). La parola possiamo, calcolando bene il nostro uso di essa, farla avvicinare il più possibile alla cosa, senza tuttavia che possa aderire ad essa. Non a caso il mio primo libro di poesia, ironicamente intitolato Scribacchino, si apriva con la poesia Prologo asintotico. Ma ciò non significa che i nostri sforzi non debbano essere tesi a questo obiettivo: alla base di una poesia linguisticamente sciatta stanno gli stessi meccanismi di vigliaccheria e totale assenza di partecipazione e di progresso che stanno nella supina accettazione del gergo oscuro o semplificatorio di chi detiene i poteri. Solo una sorta di “guerriglia semiologica” (ne parlava Eco negli anni Sessanta) potrà salvarci: non è tanto importante cambiare il contenuto dei messaggi alla fonte ma cercare di animare la loro analisi là dove essi arrivano; o, come si diceva una volta, non serve occupare la televisione, bisogna occupare una sedia davanti a ogni televisore. Una guerriglia che deve essere praticata nella società letteraria come in quella civile, e potrà farci uscire dalla mediocrità che ci sta trasformando da popoli a mandrie pronte per il macello.
Detto questo, però, è assolutamente indispensabile che la poesia non sia mai strumento, dimostrazione, didascalia, bensì sia un momento di contatto con il proprio io più profondo. Da questo incontro, poi, potrà anche nascere la teoria, che però deve essere frutto di un incontro emozionale quanto intellettuale.


La poesia è salvazione?

No, è diagnosi.


A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

La parola gioca a nascondino con noi, e noi a mosca cieca con lei.


Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

La concisione, o meglio la densità della parola. La poesia è l’esatto contrario della chiacchiera, procedimento pur interessante, fine a se stesso e autoreferenziale, che ho studiato in lavori anche creativi, soprattutto per il teatro.


Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

Alla luce di quanto detto sopra, credo che non debbano esserci né finzione né mascheramento. Probabilmente ti riferisci ai famosi versi di Pessoa «Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente», dalla poesia Autopsicografia. Io trovo però che, a parte il titolo bellissimo di questo testo, si tratti di un paradosso di quelli belli da memorizzare ma che non spiegano nulla. Inoltre non sopporto quelli che per ogni cosa devono scrivere la sua bella poesiola, perché devono sentirsi poeti; mi fanno l’effetto di quelli che tutti i giorni si alzano e devono scrivere su Facebook che stanno prendendo il caffè: chi se ne frega?
Circa le maschere c’è una poesia di Montale che vorrei ricordare: «Chissà se un giorno butteremo le maschere / che portiamo sul volto senza saperlo. / Per questo è tanto difficile identificare / gli uomini che incontriamo. / Forse fra i tanti, fra i milioni c'è / quello in cui viso e maschera coincidono / e lui solo potrebbe dirci la parola / che attendiamo da sempre. Ma è probabile / ch'egli stesso non sappia il suo privilegio». Le maschere di cui parlava Pirandello erano una diagnosi, a loro modo, ma una società in cerca di facilonerie le ha trasformate in un attrezzo fondamentale nel bagaglio dello scrittore, e poi dell’uomo comune (che a volte è capace di dirti: “ma, sai, io porto molte maschere”… fatti curare!). Il poeta non deve fingere, bensì trasfigurare. Normalmente si conviene circa il fatto che se ti rompi una gamba e fai una poesia su tu che ti rompi una gamba sei un poeta della domenica, mentre dovresti trasfigurare questo evento, assolutizzarlo, probabilmente partire dalle emozioni che questo avvenimento ti ha dato e, senza citare l’avvenimento stesso, creare la tua poesia. Sono abbastanza d’accordo. Tuttavia ricordo certi testi di Bukowski, per fare un nome quasi a caso, che parlano solo e proprio degli avvenimenti così come sono accaduti, eppure sanno comunque restituire il loro valore assoluto. Ricordo un amico che, scosso dall’episodio delle Torri Gemelle, ha riversato la propria emozione in una poesia che parlava della sua abitudine di andare a pescare in un laghetto vicino a casa; ebbene la lettura di quella poesia mi ha scosso in maniera particolare, anche se non capivo perché, e solo dopo che mi ha spiegato le circostanze della sua composizione ho capito.


Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare? 

Se me lo chiederai tra cinquant’anni ti risponderò “Sandro Montalto”. Forse. No, in realtà ce ne sono diversi, ma fare dei nomi qui sarebbe difficile… non a caso mi sono occupato molto di critica, scrivendo centinaia di pagine,  allo scopo di indagare e interpolare poeti poco noti e secondo me meritevoli di attenzione.

Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

Di saper essere onesto con se stesso, e di avere un ragionevole numero di lettori onesti con lui e… con se stessi. Non lettori che ti leggono così poi tu leggi loro e vi scambiate delle recensioni. Altrimenti è un’orgia (con orgasmi peraltro minimi).


Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?

Ovviamente vorrei citarne mille. Mi butto sui Sonetti di Shakespeare: «e morte è tal pensiero, senza scampo, / che piange perché possiede ciò che teme di perdere»; lo trovo di una dolcezza infinita, e impietoso nell’illustrare come tutti noi ci si faccia quotidianamente del male.






 
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In alto: Nude Popcorn di Philippe Halsman [1906-1979]










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