Libri di arte, poesia e filosofia

La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

mercoledì 10 febbraio 2016






Mario Fresa

Questionario di poesia

(58)


Alessandro Canzian







Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Parlare di segreto progetto forse è un po' eccessivo. Quello che posso confessare è un intento, più o meno riuscito, nell'approcciarmi alla parola scritta e in quanto scritta anche strutturata. Il mio intento è la definizione e la conseguente trasmissione di una verità universale e condivisa, o almeno condivisibile, di una sorta di archetipo similmente alla poesia epica col desiderio di avvisare, ammonire, nel caso migliore aiutare il lettore in quanto uomo. In senso più lato vorrei fosse una fotografia/testimonianza del tempo dove qua e là appaiono piccoli spunti di riflessione, suggerimenti, minimi momenti attivi di costruzione del mondo e della sua realtà oltre la passività naturale della fotografia stessa.


Come nasce, in te, una poesia?

In questo devo ammettere che come autore sono molto limitato. I miei versi nascono da un'esperienza vissuta ed entro i termini di grandi esplosioni sporadiche di creatività. Inframezzate da lunghissimi momenti di inattività. La vita vissuta è sempre il momento iniziale e diventa verso nel momento in cui si collega a un'idea più ampia. Nel momento in cui diventa metafora, o addirittura allegoria.


Un poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Qui bisognerebbe ben definire cos'è un poeta. O perlomeno mettersi d'accordo. Perchè oggi abbiamo una gran confusione sul termine e sulla sua funzione. Io comunque mi sono fatta un'opinione abbastanza netta e vado a dirla. Il poeta, come l'uomo, deve parlare di ciò che sa sulla base di ciò che conosce. Poi in questa coscienza/conoscenza delle cose può tentare di dire ciò che manca. Meglio se ciò che manca all'uomo in quanto tale e non solamente a lui in quanto singola persona. Resta che il parlare di ciò che manca, di ciò che sfugge, è un passo molto in là perchè implica la piena conoscenza di ciò che c'è. E questa non è una cosa tanto banale in fondo.


A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Oddio questa è una domanda alla quale temo di non saper rispondere. Più che a un gioco dell'infanzia potrei appellarmi a due ricordi su tutti che ho vividi. Il primo vede mia madre in uno scatto d'ira lanciare e rompere contro un muro un giocattolo che mi aveva comprato pochi giorni prima, e che avevo molto desiderato. Il secondo mi vede seduto in attesa per ore, nei pomeriggi estivi, sulle scale esterne della nostra abitazione con una macchinina in mano. Ecco la mia poesia ha sempre di fronte questo disfacimento di una cosa a cui tieni per comprendere che tu sopravvivi a quella cosa, che il cerchio che tu credevi di conoscere era racchiuso dentro un cerchio ben più ampio con tutto ciò che di positivo e di negativo ne consegue. Ed è una lunga attesa, solitaria, vuota, che ti pone a confronto con un oggetto, una realtà che hai in mano e che dovrebbe non farti sentire così solo e vuoto. Ma non basta. E tu continui ad esaminarla per cercare di capire perchè non basta.


Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

Se frequentare la scrittura poetica significa semplicemente scrivere, allora devo dire che non mi ha insegnato nulla se non una certa consolazione nel creare una cosa più o meno bella e/o riuscita. Quello che insegna è il leggere, lo scrivere è solo l'ultimo gradino di una scala molto lunga.


Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

Come prima bisognerebbe definire il poeta. Ad ogni modo all'interno del mio mondo (altri potrebbero essere ben diversi e con altre ragioni) la finzione non è contemplabile. Per me la poesia è un atto di verità, di sua ricerca. Che poi il poeta, sempre in quanto uomo, arrivi a fingere a se stesso è un altro discorso. Fondamentalmente io considero la poesia un atto di onestà perchè solo su questa base si può sperare di costruire qualcosa di utile al mondo.


Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

C'è un poeta poco letto ma che ho amato fin dal primo incontro: Ferruccio Benzoni. Per me è stato un po' un padre poetico anche se nel tempo, e come sempre si fa coi padri, ne ho preso le distanze. Ma versi come Resta una matita tra le pagine. / Inchiostri interrotti a un capoverso. / Non cambierà il paesaggio, o in peggio. / Forse è tempo di giungere al faro / struggere del suo baleno, / rientrare prima che la notte / revochi la certezza di vederti / sfilate le calze cercare / meno effimero un vuoto / nel vuoto tra le braccia secondo me andrebbero letti e riletti ancora e per molte volte.


Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

L'unica cosa che onestamente augurerei a un poeta, quando vero, è l'imbecillità. Essere poeti significa essere aperti al mondo, alle sue poche cose belle e alle sue molte molte molte cose terribili. L'imbecillità ti mette al riparo da tutto questo.


Puoi citare un verso che ti è particolarmente caro?


Di versi ce ne sono veramente molti. Dal succitato Benzoni che scrive il tempo franava aizzando / un etilismo di rimpianti all'ormai inflazionato Montale quando scrive occorrono troppe vite per farne una. Sicuramente passando per un Quasimodo quando scrive ai piedi belli con dieci conchiglie. / Ma se ti prendo, ecco:/ parola tu pure mi sei e tristezza. Ma la lista sarebbe veramente lunghissima.







mercoledì 6 gennaio 2016

Un premio per MARCO FURIA










PREMIO NAZIONALE DI POESIA E NARRATIVA


Cinque Terre in poesia

2015

LA SPEZIA



è stato conferito il secondo premio
(sezione prosa) a



MARCO FURIA   con 
La parola dell’occhio
(Edizioni L'Arca Felice)


La parola dell'occhio












venerdì 23 ottobre 2015



Una felice idea
di Laura Garavaglia


Questa sola radice (Edizioni L’Arca Felice,2015) non è solo un  prezioso omaggio dovuto a un poeta oggi giustamente ritenuto un Maestro  da tanti giovani e meno giovani che vivono l’ avventura della poesia. L’elegante plaquette, impreziosita da disegni di Massimo Dagnino, è infatti una vera e propria testimonianza di amicizia e di affetto di chi ha conosciuto e frequentato (e continua a frequentare) Maurizio Cucchi . La felice idea del curatore, Mario Fresa, di festeggiare il settantesimo compleanno di uno dei nostri maggiori poeti contemporanei  si è così concretizzata in una significativa raccolta di prose e di poesie, una sorta di canto a più voci, di vario timbro e intensità, ma tutte unite dal leitmotiv  della riconoscenza, della stima, dell’affetto nei confronti  di Maurizio Cucchi. Così, per Antonio Riccardi, è stato ”attento insegnante, “guida preziosa (…) tra i sentieri non lineari della letteratura” e  Alberto Pellegatta asserisce “Maurizio Cucchi è un maestro della poesia contemporanea, decisivo per la mia formazione”, mentre Amos Mattio sottolinea un rapporto di amicizia che “quando è buona,  come il vino acquista valore nel tempo, e si arricchisce e si rafforza delle reciproche novità”. Di “umanità sincera”, scrive  Domenico Cipriano, ricordando gli incontri con Maurizio Cucchi e certamente questo è uno degli aspetti che maggiormente delineano la sua personalità. Mario Santagostini ricorda ancora l’emozione provata da ragazzo, sentendo leggere da Franco Parenti  la poesia  Le briciole nel taschino, dove Cucchi nell’ultima parte fa una “enumerazione vertiginosa di oggetti (…) Enumerazione che diventa un messaggio formale martellante, in gradi di trasmettere l’idea dell’accatasto. Per il giovane Santagostini quella lettura fu una sorta di rivelazione, il prendere coscienza di una “realtà basica, svalorizzata, dove non ci sono merci ma oggetti allo stato puro” e quindi non soggetti  a scadenza come vuole la logica del consumo. L’importanza di riaffermare la sostanza dell’essere contro l’inconsistenza dell’avere, il recupero del valore violato delle parole, che solo la poesia può realizzare, sono temi della poetica di Cucchi che si ritrovano in molte delle prose e nei versi di questo libro. Ho già avuto modo di sottolineare  una sorta di eraclitea “armonia dei contrari” che caratterizza l’opera del poeta: realismo e dimensione mnestica e onirica sembrano sovrapporsi e confondersi.  Da un lato c’è la ricerca di attrito con le cose, oggetti “fatti per resistere, durare anche oltre noi” e tramandare “affetti e memorie”; ”( Il denaro e gli oggetti, Vite pulviscolari); dall’altro la consapevolezza del loro perdersi e svilirsi nel consumismo, nel vuoto di valori dell’era contemporanea. E anche  questa dimensione etica della poesia di Cucchi emerge nelle prose e nei versi degli autori di Questa sola radice. Titolo che è poi un verso tratto da una sua poesia, metafora della poesia stessa, la sola radice capace di scavare in profondità, di dare valore alle parole. Come si legge nella prosa sopra citata, dedicata al Maestro da Domenico Cipriano: “una ricerca inesauribile anche attraverso le sue pubblicazioni in versi che hanno la capacità di riavvolgere l’esistenza, rapportandola alla realtà e alla profondità del vivere quotidiano”.








venerdì 2 ottobre 2015

Recensione di Davide Cortese su Persone di Giampiero Neri

Recensione di Davide Cortese 

dedicata a

Persone 

di Giampiero Neri 

(Edizioni L'Arca Felice)


"Il sentimento di inquietudine, di interdizione che sopraggiunge alla fine di quasi tutte le prose, è la percezione di un sorriso, ironico appunto, che si alza alle nostre spalle: non quello di «Madre Natura», dice Neri, che piuttosto «assiste imperturbabile alla battaglia e non parteggia né per i vincitori né per i vinti», ma quello dell’uomo stesso che, spostandosi un poco a lato, tenta di riflettere, non solo «sulla sconfitta», ma anche dove, di solito, «invece, si festeggia»."

***

"Così i disegni di Massimo Dagnino, vera e propria opera nell’opera, che attraverso il loro proprio linguaggio reinterpretano la materia scritta disponendola in un percorso vicino, e quasi intrecciato."






lunedì 21 settembre 2015







Mario Fresa

Questionario di poesia

(57)


Salvatore Violante






Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Credo che appartenga ad ogni poeta. È la ricerca di un impasto di parole in cui sonorità, ritmo interno e sensitività possano determinare uno scarto tale da traghettare le designazioni al di là del campo visivo, in quella terra di nessuno dove è difficile distinguere il concreto dall’immaginario.



Come nasce, in te, una poesia?

Non c’è un meccanismo fisso. A volte un fatto letto o vissuto, apparentemente passato inosservato, riemerge in maniera subitanea, come per il fotografo lo sviluppo del negativo, la differenza è che il fenomeno compare a segmenti  sovraesposti, sempre, una sfilata di fantasmi significativi, da sogno cosciente.



Un poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Cos’è ciò che realmente vive un poeta? Io credo che un poeta sia un iniziato, una specie di sacerdote che si relaziona con il mondo, con il caos del mondo cercando di sbrogliarne il bandolo. Un rabdomante impazzito che cerca di afferrare la particola essenziale, il bosone. Appare alla portata questa vena sorgiva ma scivola via nella notte della scrittura.



A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Al gioco delle tre carte. La poesia è là, sotto quella carta precisa. Scoprendola è sempre altrove. Questo perché il poeta, quando lo è, agisce come Vas electionis, immette il meglio che può nel riempirlo. Spera che debordi dal suo margine la poesia. Quasi sempre il vaso ha una lesione. Il più delle volte è dalla lesione che fuoriesce il meglio. Un’immagine incisiva è quella dell’ape. Va sui fiori con il preciso fine di carpire nettare. A sua insaputa sporca le ali di polline. Vola via, e senza volerlo, irrora i campi ingravidandoli. Eccolo il poeta.



Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

Che non c’è niente di davvero nuovo. Anche perché la poesia si occupa dell’uomo e del suo relazionarsi con il creato. In fondo, ciò che è mutevole in questo rapporto, è lo strumento tecnico a sua disposizione. L’uomo moderno è quello che entra in possesso di strumenti moderni. La parola che è lo strumento del poeta per creare il suo mondo come mondo necessario, non muta per designazioni intrinseche, ma per surriscaldamento erotico, sonoro, onirico.



Qual è il grado di di mascheramento di un poeta finzione e?

Il poeta non può mascherare un bel niente. Può solo prendere le distanze dal personale fingendo di parlare con l’altro da sé.



Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

Vittorio Bodini. Un grandissimo poeta, dimenticato, come tutto il suo Sud.



Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

La mente filosofica di un cuore di fanciullo.



Puoi citare un verso che ti è particolarmente caro?

Così nel mio parlar voglio esser aspro (dalle Rime di Dante Alighieri).








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