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Sull'ultimo numero de "La Nuova Tribuna Letteraria" (n. 105) è apparsa la recensione di Stefano Valentini dedicata a Gli occhiali di Spinoza di Daniela Monreale (Ed. L'Arca Felice). |
Libri di arte, poesia e filosofia
La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.
martedì 31 gennaio 2012
giovedì 26 gennaio 2012
questionario di poesia (31)
Mario Fresa
Questionario di poesia (31)
Lina Salvi
Qual è il segreto progetto a cui tende
la tua scrittura?
Inizialmente
non c’era nessun progetto. Le parole nascevano quasi per caso, anche se
avvertivo in loro una certa urgenza, qualcosa che premeva dentro, quasi un
dolore acuto, improvviso, una fitta. Poi l’intreccio di suoni, parole, condivisi
in un gioco analogico hanno dato origine ai primi testi . In alcuni mie poesie
ritengo di aver lavorato privilegiando la ricerca dell’assoluto, sentivo la
necessità di qualcosa che si avvicinasse alla perfezione, in maniera del tutto
astratta, senza addentrarmi nei suoi significati più profondi. Quindi l’ esigenza
di dare corpo, un significato a una certa
tensione anche immaginifica, che mi proiettava per l’alto, verso una dimensione
ancestrale. Ovviamente i testi hanno risentito di questa segreta disposizione,
diciamo di intima tensione. Mi sono resa
conto che avevo dei reperti da portare
alla luce, reperti che volevano parlare al mondo: non sapevo come avrei fatto,
chi i miei compagni di viaggio, con quali le parole. Con il
tempo la scrittura si è sciolta, ed ora credo esiga una molteplicità di
elementi, credo che voglia rappresentare la realtà che viviamo, e la propria
contemporaneità.
Come nasce, in te, una poesia?
Principalmente
da un’intuizione emotiva, da un’esperienza o profonda tensione anche del tutto
inconsapevole. Qualche volta nasce dalla curiosità di voler indagare un luogo,
una persona, un oggetto e farla rivivere sotto altra forma, donarle nuova vita.
In ogni caso ricercarne la sua segreta bellezza e restituirle pur nella
mancanza o imperfezione, quella dignità che le manca. Restituirle il suo senso
di appartenenza, il suo posto nel mondo.
Il poeta parla di ciò che realmente vive
o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?
Ritengo
che si parta sempre dalla propria esperienza, unica ed indispensabile misura.
Per costruire, ricostruire presenze vive, immaginate, inimmaginabili.
La poesia è salvazione?
Certamente!
Credo che lo sia e che possa contribuire alla salvezza spirituale dell’uomo.
A quale gioco della tua infanzia
vorresti paragonare la tua poesia?
Mi
piacerebbe paragonarla a un gioco arioso e di azione, dove è indispensabile
poter correre, saltare affrontare ostacoli.
Che cosa ti ha insegnato la
frequentazione della scrittura poetica?
Che
esistono altri luoghi possibili, che possiamo amare, frequentare, mettere in dialogo tra loro.
Che
la poesia e l’arte in genere ti offrono la possibilità di vivere due vite, in
un dualismo non sempre felice, ma certamente ricco. La scrittura poetica è
libertà, scritta sulla propria carne.
Qual è il grado di finzione e di
mascheramento di un poeta?
Può
essere molto alto o anche del tutto inesistente. Dipende dalla sua abilità ,
dal suo grado di consapevolezza e
attiene in qualche modo al progetto iniziale.
Vorresti citare un poeta da ricordare e
da rivalutare?
Vittorio
Sereni. Amelia Rosselli. Simic.
Qual è il dono che augureresti a un
poeta, oggi?
La
pazienza e l’attesa. Poiché la poesia non è vanità, ma il suo esatto contrario.
Puoi citare, spiegando perché, un verso
che ti è particolarmente caro?
Il
mare e la sua sponda, è il titolo di
un bellissimo racconto in prosa di Elisabeth Bishop.
Nella relazione continua , che si
instaura tra i due elementi, c’è tutto lo spazio dell’umana esistenza, con
i suoi drammi, i suoi squallori; la
ricerca dell’ umano “agire”, di cui avvertiamo l’urgenza.
In alto: Reviews of Hand on lips di Man Ray [1890-1976]
venerdì 20 gennaio 2012
martedì 17 gennaio 2012
questionario di poesia (30) Monia Gaita
Mario Fresa
Questionario di poesia (30)
Monia Gaita
Qual
è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?
Non credo che s’accampi un segreto
progetto ad introdurre una finalità precisa in ciò che scrivo, almeno non nei
canoni di un’intenzione razionalmente ordinata intrisa di chiarezza specifica e
definitiva. C’è piuttosto un’identità o un’amicizia intrinseca con le parole
che non solo interpretano e rappresentano reale ed irreale, ma spesso li
sostituiscono, riuscendo a passare per i valichi intransitabili di certe
impossibilità dell’esistenza e facendosi così originario mondo o primordiale
nucleo costitutivo del tutto.
Come
nasce, in te, una poesia?
Non nasce in ogni momento. L’infirmĭtas
creativa può incagliare, intorpidire e intorbidare per lunghi periodi i
pulsanti automatici dell’ispirazione. In tale stato non mi cimento con i versi
perché so bene che farei male. Aspetto quindi con pazienza il momento giusto
che dopo le pause apparentemente inutili e che servono invece ad immagazzinare
immagini, percezioni, interrogativi, arriva all’improvviso con una strana
smania o incalzante impulso a dire, uscendo infervoratamente dalle sabbie
mobili del silenzio.
Il
poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che
sempre gli sfugge?
Il poeta parla della vita, dei suoi ori
e delle sue ruggini, e quindi certamente di ciò che l’esperienza, dalla natura
mobilissima, propone e intercetta di volta in volta. Ma è anche vero, come tu
dici, che il poeta parla di ciò che
vorrebbe ricevere e che sempre gli sfugge, dei rovesci di grandine delle illusioni
mutilate, dei sogni riversi sui fornelli dell’irrealizzabilità e che magari
ancora rivendicano un diritto di riuscita. La materia della poesia è anche
l’immaterialità, la carezzevole favola che risolve gli enigmi, la grazia che
rianima e respinge la resa, la bellezza che resiste all’attrito e all’usura del
caduco. Penso, quindi, che agli argomenti della poesia pertengano l’astratto ed
il concreto, l’ignoto e il noto, il visibile e l’invisibile, e non come
giustapposizione, reggenza o fusione di attività separate, bensì come
interazione continua e produttiva a permeare disegni e desideri di senso
variabile. Il rapporto con ciò che mi sfugge è il rapporto con l’origine, sempre
aperto e a marcia regolare: una perenne ricerca o vertigine dell’istante.
La
poesia è salvazione?
Assolutamente sì; per me è la religione
prima a cui domando salvezza da tutte le brutture che mi avvolgono.
A
quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?
C’è un gioco che facevo nella mia
infanzia con una mia carissima amica d’allora, Amalia. Andavamo sulla rupe del
castello di Montefredane, a quel tempo in stato di abbandono, un ammasso
informe di pietre, blocchi, ortiche e ciuffi d’erba. A est correva un lungo muro perimetrale scrostato
salendo sul quale si poteva contemplare un panorama mozzafiato: buona parte
della nostra Irpinia con i monti del Partenio e i diversi paesini arroccati
sulle colline. Tuttavia era rischioso perché oltre precipitava uno strapiombo
da paura. Amalia era spavalda e non temeva nulla, io sì, e benché la invitassi
a tornare indietro, alla fine mi lasciavo convincere e raggiungevo il ciglio
per qualche secondo. Certo, la vista ne valeva davvero la pena, ma il pericolo
era tanto! Mi allontanavo poi col turbamento interno di chi sa di aver violato
le regole (se l’avesse saputo mia madre!) ma con l’acquisizione di una sfera
altra, di una dimensione così lontana da me e che per poco avevo potuto sublimemente
toccare facendola mia completamente. La poesia per me è quel rischio di allora,
è quel miracolo che si ripete, è un dialogo con l’Infinito quando scavo in ogni
parola una voragine impeccabile in cui potrei cadere irreparabilmente.
Che
cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?
Mi ha insegnato che la poesia non è un gioco,
mi ha dettato l’umiltà e la voglia di capire che dietro ogni autore si cela
un’ortodossìa ricca, proiettiva,
profetica e meravigliosa, mi ha fatto conoscere ed apprezzare la poesia russa,
inglese, tedesca, francese, ispanoamericana...Mi ha suggerito riflessioni,
prospettive e categoriche smentite sviluppando il mio Logos in direzione di una
libertà piena non contaminata da pregiudizi. La frequentazione, invece, di
autori recenti mi ha spesso posta di fronte alla cattiva poesia, allo squallore
delle rigide leggi del mercato editoriale che vede assurdamente pubblicate e pompate ad arte, anche banalità e colossali
stupidaggini.
Qual
è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?
Il poeta indossa tante maschere, ne
rimescola le forme a piacimento, le rinnova e le rinnerva come vuole, ma non
capostaziona in lui neppure una finzione che non riproduca e diffonda una
profonda verità. Il poeta quando racconta e si racconta non ha da risanare
alcun deficit di genuinità, schiettezza e adesione al suo sentire più
autentico: in tutto questo non può intersecarsi o ravvisarsi alcuna
contraffazione, adulterazione, parentesi posticcia o fasulla. Dietro ogni
travestimento o camuffamento studiato c’è l’osso nudo senza lanterne cieche, il
ganglio candido e vibrante di chi ha amato, gioito, sofferto, perso e vinto
sempre direttamente sulla propria pelle.
Vorresti
citare un poeta da ricordare e da rivalutare?
Sicuramente Vittorio Sereni, il grande
poeta di Luino, poco conosciuto, anzi, direi sconosciuto purtroppo da tanti
giovani oggi.
Qual
è il dono che augureresti a un poeta, oggi?
Augurerei a un poeta di rimanere fedele
a se stesso e al progetto che ne mobilita le forze, senza lasciarsi monetizzare
e corrompere dai gusti delle mode o dai conformistici inganni dell’omologazione.
Puoi
citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?
Citerei un poeta francese a me
particolarmente caro, René Char: «Hai
aperto la mano e me ne hai mostrato le linee. Ma vi sorgeva la notte. Ho
deposto l’infima lucciola sul solco della vita. Anni di prostrazione si sono
illuminati di colpo a quel fanale vivo e
assetato di noi». Spiegare perché
questi versi mi appartengano non è semplice, presidiano forse il mio bisogno
cedevole di luce, di riscossione oracolare, di musicale ritmicità, di cartelli
indicatori che mi illustrino il cammino, che candeggino il buio di certi giorni
vuoti.
In alto, un
dipinto di Giovanni Spiniello: Donna-orchestra.
giovedì 12 gennaio 2012
questionario di poesia (29)
Mario Fresa
Questionario di poesia (29)
Ivano Mugnaini
Qual
è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?
Ciò che mi
affascina della scrittura è, in fondo, ciò che la rende terribile e fascinosa,
come una donna complicata e bellissima, come il cammino sopra un baratro che
sovrasta panorami meravigliosi. La scrittura, credo, è il tentativo di gettare
un ponte su quel baratro senza sapere se dal lato opposto esiste una sponda, o,
meglio, sapendo che ci sono infinite sponde, ognuna con un terreno specifico,
pietroso o friabile, fertile o arido. Scrivere è costruire quel ponte, passo dopo passo, scommettendo sulla
possibilità di mettersi in contatto con altri continenti, realtà diverse eppure
affini. Ed è sempre mirabile il momento in cui ciò che credi individuale,
aspramente unico ed esclusivamente tuo, passa, si muove, attraversa il vuoto,
diventa patrimonio condiviso, un istante scritto, letto, vissuto all’unisono.
Come
nasce, in te, una poesia?
Dall’osservazione
del reale. Da un particolare concreto, oggettivo. Considerando come oggettivi
perfino i pensieri, le sensazioni che passano attraverso il corpo, gli occhi,
le mani, i piedi. Poi, da quegli spunti percepiti, a volte cercati, a volte
quasi colti controvoglia, nasce un tentativo di riflessione, una volontà di
dare forma a ciò che del mondo mi colpisce, anche nel senso letterale del
termine, come un pugno, oppure mi sfiora, come una carezza, un ricordo. Dalla
distanza tra ciò vedo e ciò che vorrei vedere, attraverso questo contrasto e
questo incontro, nascono le parole ed i versi. Senza sperare in mirabili
metamorfosi della realtà, ma anche senza rinunciare al diritto di auspicare
verità alternative, mondi altri, differenti, seppure ancora e sempre terreni,
umani.
Il
poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che
sempre gli sfugge?
Questa
risposta si ricollega alla precedente: il poeta ha il diritto-dovere del sogno.
Ma credo che la poesia abbia poco senso se perde il contatto con la realtà, per
quanto aspra e impoetica essa possa essere. “La poesia non risponde, domanda”,
affermava P.G. Antokol’skij nel suo Giornale di viaggio di uno scrittore.
Ma in quella domanda c’è il suo senso, e, forse, la sua funzione: tenere vivo
il dubbio, la capacità di cercare prospettive nuove, ponendo l’uomo di fronte
alla necessità di ragionare su se stesso, sul suo scopo, sul senso del suo
esistere.
La
poesia è salvazione?
Se intendiamo
salvazione come una panacea, come una ricetta miracolosa, direi di no.
Rispondendo alla adorata nipotina che gli chiedeva ciò che avrebbe dovuto fare
da grande nella vita, Byron le consigliava questo: “tutto, tranne che il
poeta”. È significativo. E si capisce il perché del consiglio: il poeta
percepisce assieme al proprio dolore personale
il dolore del mondo. Lo assomma, lo moltiplica. Ma è anche vero che
Byron ha scritto e vissuto poesia una vita intera, l’ha resa parte integrante
del proprio mondo interiore. La poesia forse è una scelta e forse un destino: e
nell’attimo della sua sconfitta c’è anche la sua vittoria. Nell’istante della
perdizione, in varie accezioni, c’è la sua salvezza, la salvazione.
A
quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?
Forse,
ricollegandomi ancora a quanto ho scritto poco sopra, direi che è paragonabile
al nascondino: ci si cela alla vista degli altri, in angoli bui, scomodi,
impolverati. Ma, nella mente e nel cuore, e nel senso stesso del gioco, c’è la
speranza, anzi la necessità di essere
scovati, scoperti, costretti ad uscire allo scoperto. Per lamentarsi con se
stesso, rallegrandosi, in fondo, perché è nella logica del gioco e
dell’esistere questo alternarsi di buio e luce, silenzio e dialogo.
Che
cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?
L’importanza,
la potenza creativa e distruttrice della parola, e la conseguente necessità di
rispettare ciò che maggiormente distingue il genere umano. Violentare le parole
dovrebbe essere considerato reato. Non solo quando si scrive, ma anche quando
si parla, perfino quando si pensa, il rispetto per la parola dovrebbe essere
immenso, meticolosamente appassionato, usando i vocaboli come strumenti
delicati, sensibili, in grado di provocare ferite o di guarirle. Credo che,
così come è necessario superare un esame per poter guidare un veicolo,
bisognerebbe dover dimostrare di conoscere la pericolosità e la meravigliosa
capacità di attraversare mondi propria del linguaggio prima di avere il
permesso di parlare e di scrivere. È una provocazione, certo; ma è anche modo
per sottolineare ancora che le parole sono vitali, nel senso letterale del
termine.
Qual
è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?
Come ho
accennato in precedenza, il poeta si nasconde, per scelta e per necessità. Però
la sua fragilità non può essere una scusa per evitare il contatto con il mondo.
Deve trasformare il vetro in acciaio, o trasformarlo, renderlo malleabile e
forgiarlo per esprimere ciò che realmente pensa e ciò che davvero sente. È il
suo compito: arduo ma necessario.
Vorresti
citare un poeta da ricordare e da rivalutare?
Me ne vengono
in mente molti. E citarli tutti non è possibile. Il consiglio che mi sentirei
di dare ai lettori è quello di cercarli con cura e tenacia questi continenti
ancora inesplorati, queste terre fertili che attendono di essere scoperte e
coltivate con la passione della lettura. Oggi
accade sempre più spesso, anche grazie ad Internet, anche grazie a case
editrici che, nonostante le difficoltà, leggono e pubblicano autori nuovi di
valore o riscoprono autori che meritano maggiore visibilità. Nonostante le
logiche dominanti, oggi i lettori hanno il potere di scegliere, ricordando e
rivalutando chi, caso per caso, ha il potere di destare il loro interesse e di
generare emozioni autentiche, non posticce o preconfezionate.
Qual
è il dono che augureresti a un poeta, oggi?
Rimanere se
stesso, senza farsi snaturare da logiche lontane dal suo mondo, dalle sue
sensazioni autentiche. Continuare a scrivere ciò che davvero vede e pensa, e
trovare in chi legge, a qualsiasi livello, la capacità di sentirlo e ascoltarlo
come voce individuale, autonoma e genuina, riconoscibile nel mare magnum degli
autori contemporanei.
Puoi
citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?
“Il poeta è un
fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il
dolore che davvero sente.” Scelgo questo verso, anzi questi versi di Pessoa,
perché mi sembrano coerenti con il contenuto delle mie precedenti risposte. E,
a dire il vero, anche perché l’impresa di scegliere un solo verso tra tutta
l’infinita bellezza espressa da tutti gli autori di tutti è tempi è così ardua
che è paragonabile a quella di selezionare un granello di sabbia più lucente su
una spiaggia assolata. E, infine, perché i versi prescelti pur parlando di
dolore parlano anche del potere dell’immaginazione. Perfino il dolore descritto
passa attraverso la mente di chi lo concepisce e lo crea. Così come il piacere,
così come la stessa poesia, che, attraverso il corpo, diventa pensiero, la più
concreta e vitale delle finzioni.
In alto, particolare tratto da una stele tebana del V sec. a.C.
giovedì 5 gennaio 2012
questionario di poesia (28) Giovanna Fozzer
Mario Fresa
Questionario di poesia (28)
Giovanna Fozzer
Qual è il segreto progetto a cui
tende la tua scrittura?
Nessun segreto progetto, nessun tendere a. Vi sono periodi della vita
in cui qualcosa (una piccola nube sull’azzurro, alberi o occhi di un gatto o di
un bambino, un ricordo d’amore o di dolore, ecc.) muove dentro un impulso, una necessità di
scrivere, di mettere in parole scritte – in sintesi – l’emozione, la
commozione, la disperazione, la gioia, la riflessione. Scrittura come
distillato, vera essenza, canto forse. Ho orrore, per dir così, della
volutezza.
La poesia è salvazione?
La poesia [quella vera, troppa ce n’è simile a caricatura, carica di
volutezza, lagnosa, egoista, senz’anima profonda, incentrata sull’ego, su
quell’io che non interessa a nessun vero lettore] è certo sacra, come Leopardi
o Saba, Pascoli o Guidacci o ogni altro profondo vero umano: da Omero e Saffo a Shakespeare
e Dickinson ecc. Salvazione è un termine che
sento non abbastanza forte, nitido, lucente.
Non so, quindi, se la poesia sia questo.
A quale gioco della tua infanzia
vorresti paragonare la tua poesia?
La mia infanzia è assai lontana… Gioco come entrare nell’intenso odore
della stalla odella casa contadina, contemplare gli animali fumanti, ottenere
il privilegio di fare le cose come le fanno [facevano] i contadini (giustamente diffidenti verso i bambini di città): rastrellare il fieno,
strappare le erbacce alle patate ecc. O anche, gioco cittadino, recitare rime
dialettali capaci di commuovere il piccolo uditorio familiare e me, fino alle
lacrime. [Ma mentre scorro le domande comincio a sentire il disagio del
frequente comparirvi della parola poesia: diffido, come di chi
nomina Dio (magari anche in ‘poesia’…)
con una certa familiarità e disinvoltura – per me sempre troppa].
Che cosa ti ha insegnato la
frequentazione della scrittura poetica?
Frequentazione della scrittura poetica: quale? A me erano sempre
bastati Dante e Leopardi, profondi nel mio cuore e nella mia mente, vivi, veri,
assoluti. Quando sentii la necessità di scrivere piccole cose mie, a lungo le
chiamai ‘sintesi’, non osavo chiamarle poesie finché non mi convinsero a farlo
alcuni amici miei lettori.
Qual è il grado di finzione e di
mascheramento di un poeta?
Finzione e mascheramento di un poeta? Non lo so, non me ne intendo, mai
mi sarebbero venuti in mente quei termini, di fronte a testi poetici veri (i
soli che mi interessino) testi amati, comprensibili, letti e riletti con
rispetto e progressiva intellezione.
Vorresti citare un poeta da
ricordare e da rivalutare?
Margherita Guidacci.
Qual è il dono che augureresti a
un poeta, oggi?
Dono per il poeta? Vincere alla lotteria una grossa somma per essere
più libero di scrivere e pensare. Oppure: il dono di essere solo se stesso, in
profonda umiltà e verità, e di scrivere
appunto solo secondo amore e verità (o amore del vero, che è come dire amore
del bello).
Puoi citare un verso che ti è particolarmente
caro?
Dolce e chiara è la notte e senza
vento.
In alto, La lezione di musica di Jan Vermeer [1632-1675]
lunedì 2 gennaio 2012
questionario di poesia (27)
Mario Fresa
Questionario di poesia (27)
Enzo Rega
Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?
È
talmente segreto che sfugge anche a me. Per ritagliare uno spazio più
circoscritto, il disegno che poi si è realizzato con Indice dei luoghi. Poesie da
viaggio (e d’amore) – che mi ha da poco pubblicato la casa editrice Mephite
–, e che viene esplicitato nel titolo, si è chiarito solo strada facendo. A un
certo punto, la somma delle cose fatte diventa un totale, un insieme che, in un
improvviso insight, come direbbero
gli psicologi, si chiarisce a chi scrive, dando un significato complessivo al
tutto e a ciascun elemento che nel tutto s’inserisce: hegelianamente, direi.
Come nasce, in te, una poesia?
Permettimi di citare un altro filosofo: perché qui direi schellinghianamente. Per un miscuglio di consapevolezza e inconsapevolezza. Non credo però in dimensioni orfiche, misteriche. Mi spiego con un esempio. Le mie poesie di London Gallery non esistevano, nemmeno come ‘progetto’, quando mi è stato chiesto qualcosa per l’antologia de Le amorose risonanze (L’Arca Felice) che avesse magari un filo conduttore. Non avevo allora neanche inediti. Così ho considerato che cosa mi piacesse fare, o, se vogliamo, cosa sentissi il bisogno di dire. Non c’è forse qualcuno che alla domanda “come le viene l’ispirazione?” ha risposto: “pensandoci su?”. È chiaro, poi, che in questo pensarci su ho agganciato qualcosa che navigava dentro di me e che cercava espressione. C’è una necessità spirituale, dunque, e un’occasione, anche banale, anche concreta, materiale che arpiona lo spirituale. L’ideale è il concreto diceva più o meno Francesco De Sanctis.
Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?
Tutt’e
due. L’una o l’altra. O l’una e l’altra. Dipende dai poeti, dal loro
tipo di poesia. Ma senza dubbio l’arte si tende, si stira sempre tra queste due polarità. Il poeta ha bisogno di dirsi
il mondo nel quale vive, dal micro al macrocosmo, e la poesia è senz’altro una
forma di conoscenza. Dall’altro ha bisogno di un altrove, e la poesia è lo spazio di questo altrove, l’immaginario
oltre la siepe. Ma questo bisogno dello scrittore intercetta quello analogo,
speculare, del lettore, che da un lato vuole qualcuno che lo aiuti a capire questo mondo, ma desidera anche che gli
si prospetti un mondo altro. Quello
che sfugge, che fugge, trova una collocazione ideale, immaginaria, in un
fermo-immagine, sulla pagina, sulla tela Il filosofo John Dewey, a differenza
dell’empirismo, dal quale pure partiva, considerava reali e significative nella
vita anche le esperienze puramente mentali. Ma anche lo psicologo Bruner parla
di una “mente poetica” come luogo dell’immaginario, di apertura verso l’altro.
La poesia è salvazione?
Non
so se “la poesia salva la vita”, come qualcuno pure dice. A volte forse la
danna. Ma forse può preparare la salvazione. Bruner, che ho citato prima,
intende quell’apertura verso l’altro
anche nel senso degli altri. Riuscire
a concepire ciò che è diverso, significa anche riuscire ad assumere il punto di
vista altrui. Quindi la mente poetica è anche il terreno della solidarietà: non
solo di una salvezza individuale, che non mi interesserebbe, ma collettiva.
A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?
Da
bambino mi raccontavo delle storie, prima di dormire, o anche durante la
giornata, storie che ho portato avanti per anni, puntata per puntata. Era
appunto l’immaginare un altrove. La poesia riprende e continua questo gioco di
raccontarsi il mondo, vero o verosimile, con lo sguardo meravigliato
dell’infanzia. È il passaggio dall’oralità originaria, di cui parlava anche
Leopardi, alla scrittura che deve saper mantenersi, sempre leopardianamente,
nell’apertura di quell’oralità.
Che cosa ti ha insegnato la
frequentazione della scrittura poetica?
La
concentrazione essenziale.
Qual è il grado di finzione e di
mascheramento di un poeta?
Nietzsche,
nella Nascita della tragedia, il suo
primo libro filosofico, che, come sostiene Giorgio Colli, è anche la summa di
tutto il suo pensiero, dice che Apollo non può vivere senza Dioniso, ma che
anche Dioniso non può vivere senza Apollo. Come si sa, Dioniso rappresenta il Wesen, la dinamica essenza della realtà;
Apollo ne è l’espressione in ‘bella parvenza’ (il fermo-immagine, appunto) che
però tradisce il significato originario nel momento in cui lo dice. Diremmo in
termini moderni: il significante tradisce il significato. Le maschere sono
l’aspetto che necessariamente deve assumere la realtà per essere detta,
altrimenti rimarrebbe non detta (ma anche per essere, altrimenti non sarebbe).
Non di meno, tali maschere, per dirla con linguaggio freudiano, sono il sintomo di tale realtà. Come nei sogni.
Allora, rimane l’onestà. Cioè, la consapevolezza della necessaria e inevitabile
mistificazione che si compie nominando
le cose, e quindi la volontà e capacità di continuare a scavare nel linguaggio,
e in noi, e nella realtà, perché Apollo tradisca il meno possibile Dioniso.
Vorresti citare un poeta da ricordare e
da rivalutare?
Il calabrese Lorenzo Calogero, morto presumibilmente suicida nei primissimi anni Sessanta. La sua “poesia ininterrotta” era l’inseguimento di questo Wesen attraverso tutte le maschere possibili.
Qual è il dono che augureresti a un
poeta, oggi?
Di
capire se la poesia, come genere letterario, la Dichtung direbbero i tedeschi è loro davvero necessaria, come
espressione. O se possa bastare invece quella che sempre i tedeschi chiamano Poesie (Heidegger sottolinea questa
distinzione), cioè il poetico che, aggiungo, può essere in tutte le cose, non
solo in una serie di frasi con a capo. In senso figurato per i tedeschi ha
anche il significato di magia, e
questa può essere ovunque.
Cioè,
in soldoni, capire se si è poeta oppure no.
Puoi citare, spiegando perché, un verso
che ti è particolarmente caro?
Silvia, rimembri
ancora / Quel tempo della tua vita mortale, / Quando beltà splendea / Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi / E tu,
lieta e pensosa, il limitare / Di gioventù salivi? – Veramente, ho
aperto qualche libro e gettato uno sguardo qua e là: come si trova? cercando,
appunto. Ma in questo caso, per questi celeberrimi versi di Leopardi, ho
trovato ciò che sapevo. Dal liceo mi inseguono,, soprattutto quello degli occhi
“ridenti e fuggitivi”, che è così femminile, ma anche così universale. L’endiadi
ossimorica, se così posso dire (in fondo sono due parole che esprimono un concetto nella sua ambivalenza), fa il paio
con l’altro “lieta e pensosa”, che è la cifra della vita, nella sua
istantaneità che ci angoscia ma che pure, se ci riesce, ci riempie, ci allieta.
Nel frattempo…
In alto: Il
funambolo di Franz Borghese [1941-2005]
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