Libri di arte, poesia e filosofia

La parola verso proviene dal verbo latino vertere, cioè «capovolgere», in particolare la terra con un aratro. Il verso è allora un solco, una linea dritta in cui l’uomo col proprio lavoro pone i suoi semi che germoglieranno: nel verso, così, convergono la linearità naturale degli eventi e l’impegno fruttifero del pensiero umano.

martedì 30 agosto 2011

Questionario di poesia (14)




Mario Fresa
Questionario di poesia (14)


 Oronzo Liuzzi










Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Al canto. All’ebbrezza. Al divenire. Al sogno. Alla creatività. Sperimentare la riflessione con un linguaggio che rispecchi il contemporaneo. Una continua esperienza-scrittura del vivere concettualmente e realmente il libero pensiero o il pensiero libero della poesia. Sedotto dalla conoscenza oggettiva dell’uomo nel suo spazio vitale. Indagare, ispezionare e registrare l’infinito mondo interiore della cellula umana. Una passione di scrivere per dire e non di scrivere per scrivere. Il lungo viaggio segreto mi condurrà a scoprire il volto luminoso della poesia per superare me stesso. Aprirmi al linguaggio della filosofia per essere investito e penetrare nell’aria, nella luce e nel magma della verità.

Come nasce, in te, una poesia?
Una poesia può nascere da infiniti movimenti del pensiero.. Da una idea banale e astratta e amorfa e incompleta. Da una esigenza strettamente personale. Da esperienze nel quotidiano. Nel vedere un bambino del pianeta Africa morire di fame. Nel contemplare gli occhi di un emarginato. Nel constatare l’indifferenza della gente. Nel…nel…nel…nel…………………………….e la mente muove il primo lampo della percezione, esplora nuovi modi di vedere la vita, elabora, costruisce idee senza confini ed investiga l’essenza dell’inafferrabile.

Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?
Dialoga con sé stesso e con gli altri, del passato che è ieri e del presente che è domani. Il poeta ri-accende tutto quello che si è spento. Rianima le nozioni del senso. Immagina. Fantastica. Gioca con il soggetto e l’oggetto.È un semplice volontario della cultura. Dona e si dona. Vorrebbe, alla fine, ricevere una notte luminosa mentre la poesia si impossessa del suo spazio.

La poesia è salvazione?
«Un pensiero brilla come un lampo» ha scritto Nietzsche. La poesia sa fare anche i miracoli (ultimamente, purtroppo,  se ne vedono di meno).

A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?
A nascondino. Si cerca. Si trova. Ci si gira e rigira. Perché siamo immersi nella versione dell’uno verso l’altro. A nascondino si apre l’onda del desiderio e della curiosità e del vedere e dell’intuire e dello scrutare e dell’esplorare in silenzio.

Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?
La passione. Il coraggio. Il sacrificio. La caparbietà. La necessità. Alla non rinuncia. A solcare lo zoccolo duro della vita. La speranza. Mi ha insegnato a credere in me stesso e negli altri. La profondità della fede. A pensare in verticale………ad un tratto mi sono trovato nel mezzo dell’esplosione dell’amore.

Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?
Anche un grande poeta può fingere, essendo anche lui un uomo (non dovrebbe), come può mettersi la maschera di fronte a certe situazione e comportarsi da ottimo opportunista (e non dovrebbe).

Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?
Pier Paolo Pasolini, per la sua attualità, per essere stato un intellettuale raro, colto, raffinato e profondo. Per aver saputo fotografare le ombre , gli spettri e le pecche della nostra epoca. È stato un artista scomodo, inutile dirlo. È stato un uomo di cultura chiaro e sincero, bisogna dirlo. Le sue ceneri di Gramsci per vivere e del vivere non si sono ancora volatilizzate. Pasolini, con il suo linguaggio, mantiene ancora aperta la strada della speranza per una vera cultura alta e democratica.

Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?
Di sentirsi finalmente a casa sua.

Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?
«La luce splende nei tuoi occhi» è un mio verso che ho fatto incidere sulla lapide di mia moglie. È un mio dono. Perché l’amore si alimenta di continuo e necessita, anche, di una sua trasformazione spirituale. Essendo l’energia, fonte luminosa dell’amore, è indistruttibile, e finalmente, dopo la perdita del corpo, non sarà più divorata, lacerata, straziata e inchiodata dalla morte, principe della materia, e quel grande prezioso mistero verrà fuori con tutti i suoi pregi. E la vita sempre. E l’amore sempre………………………………………………………………………………







In alto, un'opera di Oronzo Liuzzi. 







sabato 27 agosto 2011

Mario Fresa. Questionario di poesia (13)





 Mario Fresa
Questionario di poesia (13)



Gianfranco Fabbri







Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Vorrei trovare equilibri inediti, da realizzarsi attraverso la frantumazione e la successiva ricomposizione del testo. La dissipazione energetica prodotta nel ciclo ora detto denuncerà una frazione del progresso compiuto.


Come nasce, in te, una poesia?
Credo nasca attraverso una disposizione di accoglienza. Raramente un siffatto fenomeno può palesarsi con un senso completamente cosciente del desiderio.


Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere e che sempre gli sfugge?
La reticenza obbliga inconsapevolmente a filtrare il nocciolo recondito –il contendere del tema-. Ma di solito il poeta non si sofferma su questo punto, perlomeno non in maniera consapevole; se lo facesse, si troverebbe in uno stato troppo vigile per disporsi all’accoglienza.


La poesia è salvazione?
E come fa a saperlo, il poeta? Secondo me, ma potrei benissimo sbagliare, è il lettore l’unico soggetto in grado di capire se l’autore ha emesso segnali comunicativi che possano “salvare”, o meno. Chiedere al creativo la spiegazione logica del suo verbo, significa mettere al muro la propria difesa.


A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?
Sono preso alla sprovvista, su questa domanda. Debbo dire: non lo so.


Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?
Mi ha indubbiamente insegnato ad essere intellettualmente onesto. Anche se talvolta non so dove il “desiderio” di comunicare mi conduca, avverto comunque il farsi del magma poetico secondo equilibri che non possono non dipendere da un’architettura “simmetrica”, sia a livello di espansione sia a livello organizzativo, del reticolo testuale. In breve, quando sento che in qualche modo tradisco me stesso, mi impongo di arrestare il segno sul foglio. Non so in che modo, ma la dichiarazione d’intenti deve essere in armonia con la mia profonda “entità individuale”.


Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?
A costo di contraddire ciò che ho espresso nella risposta precedente, dico: nullo e nel contempo infinito. Entrano in gioco altri fattori, nel tentare la finzione. Non è tradire l’onestà di cui sopra, è piuttosto la paura che gli altri non accettino quello che si vuole dire. La reticenza è una figura retorica, addirittura! La finzione genera difesa; la difesa sta a significare la consapevolezza della carenza. (vedi: confessione).


Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?
Nino Pedretti, singolare poeta santarcangiolese, operante sia in dialetto che in italiano. Pedretti è stato solo in parte riportato alla superficie della notorietà, grazie alla ripubblicazione dell’opera nella Bianca Einaudi. Ma andrebbe studiato e sistemato con più convinzione. La sua scrittura, magra eppure icastica, porta sulla pagina frammenti di quadri esistenziali assolutamente geniali.


Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?
A un poeta che vivesse il mio tempo augurerei un bel temperamento e la convinzione di dover portare rispetto alla lingua che usa nell’esprimersi. Sacrosanto il ricorso all’innovazione, nell’ambito dell’uso costante del buon lessico e della confidenza con la struttura sintattica.

Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?
Del grande Umberto Saba, ammiro da sempre il frammento centrale del testo “Trieste” tratto dalla raccolta compresa nel Canzoniere che s’intitola “Triste e una donna”:

    

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,                                              

è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia. …



Ebbene in questi sette versi, il poeta incunea in maniera esemplare il collegamento della città giuliana alla figura del ragazzaccio-monello, tipico dei quartieri triestini. Qui, in particolare, Saba esprime, tramite la struttura del nome del capoluogo friuliano (che tende a fraintendere il genere, maschile o femminile), l’humus adolescenziale ed erotico del protagonista (mani grandi, azione timida e maldestra, incapacità di esprimere dolcezza), ricollegandosi, se è possibile, al senso erotico del breve suo romanzo, intitolato “Ernesto”. Nessuno come questo poeta, (neppure Penna) è riuscito, con duttilità e grazia estreme, a significare la valenza sottilmente sessuale dell’ambiguità e della reticenza.











In alto: Untitled di Robert Rauschenberg [1925-2008] 

















mercoledì 24 agosto 2011

"Quanti di poesia" a Carrara





L'antologia Quanti di poesia 
a cura di Roberto Maggiani presentata a Carrara 
il 28 agosto 2011





L’Accademia Albericiana di Carrara è lieta di presentare al pubblico l’antologia poetica Quanti di poesia, a cura di Roberto Maggiani, (Edizioni L’Arca Felice, collana "Coincidenze"), domenica 28 agosto 2011, alle ore 21, presso la sala conferenze di Palazzo Binelli a Carrara, con la partecipazione di Loredana Savelli e Giacomo Leronni, due degli autori presenti nell’Antologia, e la mostra fotografica a cura di Paolo Maggiani; presenta l’evento Riccardo Guerra, modera Marzia Dati, lettura delle poesie a cura di Lucia Menapace.

La serata, all’insegna di poesia, fotografia e scienza, vede riunite insieme diverse voci del nostro territorio, unite dalla volontà di creare momenti di riflessione e discussione su arte, scienza e letteratura. L’evento sarà incentrato particolarmente sulle poesie contenute nell’Antologia attraverso le quali i vari poeti, provenienti da diverse parti d’Italia, vanno a sondare gli stretti rapporti tra poesia e scienza, tema già affrontato da Roberto Maggiani, poeta carrarese che vive e lavora a Roma da diversi anni, nel suo precedente lavoro Scienza Aleatoria pubblicato lo scorso anno per le Edizioni LietoColle.
Un momento di riflessione, quindi, sullo stretto rapporto tra fisica quantistica, cioè il comportamento della materia a livello microscopico e la poesia che va a cogliere la cifra nascosta del reale, una possibilità che Novalis aveva espresso nella sua celebre frase “La forma compiuta delle scienze deve essere poetica”. Poesia, scienza e arte visiva, in questo caso fotografia: l’Antologia poetica è infatti corredata dalle bellissime foto di Paolo Maggiani che esprimono lo stretto rapporto tra le tre forme d’arte.
I poeti antologizzati sono: Franca Alaimo, Anna Belozorovitch, Franco Buffoni, Salvatore Contessini, Francesco De Girolamo, Giacomo Leronni, Eugenio Nastasi, Loredana Savelli.


La serata è patrocinata dal Lions Club Massa-Carrara Apuania e dal Comune di Carrara.

Roberto Maggiani, professore di Fisica, vive a Roma, dove insegna. Si occupa di divulgazione scientifica con pubblicazione di svariati articoli. Ha pubblicato otto raccolte poetiche. Si occupa in particolare del rapporto fra poesia e scienza. Per le Edizioni L’Arca Felice di Salerno ha curato la raccolta di poesie Quanti di poesia; ha tradotto dal portoghese le opere della poetessa lusitana Sophia de Mello Breyner Andresen. È ideatore, insieme a Giuliano Brenna, del sito di poesia e narrativa www.larecherche.it nonché curatore della collana di eBook “libri liberi” di poesia e narrativa


Giacomo Leronni, professore di lingua e letteratura francese nella scuola secondaria, ha vinto numerosi premi di poesia fra cui “LericiPea” nel 1998; l’anno dopo ha vinto la VI edizione del Premio Nazionale di poesia “Ossi di seppia” con la raccolta Corrispondenza con le camelie; nel 2009 ha vinto il premio letterario “Castelfiorentino” grazie al poemetto Dopo Monte Oliveto; ha scritto anche un libro, Polvere del bene, edito da Manni nel 2008, vincitore del Premio “Alessandro Contini Bonacossi” nel 2009
Loredana Savelli, laureata presso il DAMS, ha studiato anche pianoforte e composizione per coro; attualmente insegna Educazione Musicale nelle scuole medie inferiori a Roma; scrive regolarmente testi che le vengono pubblicati sul sito www.larecherche.it fra cui una apparsa nell’antologia Poetico Diario – il segreto delle fragole (a cura di M. Camelliti), edito da LietoColle nel 2011; è autrice anche della raccolta Poesia al Quadrato, sempre sul sito de La Recherche,

Paolo Maggiani, fotografo, realizza opere apprezzate per l’attenzione verso particolari che solitamente sfuggono all’occhio, attraverso peculiari inquadrature che fanno risaltare le forme, le armonie di colori, ma anche il movimento; è inoltre molto attento alle vicende umane e sociali del popolo apuano, in stretta simbiosi con il paesaggio; la sua cifra artistica sembra proprio essere quella di una “paziente presenza” che registra e coglie magistralmente sfumature di luce nel colore e nel ciclo stagionale dei paesaggi che rappresenta; ha esposto mostre personali di fotografia, fra cui Vite di marmo, Cielo indiviso, Angeli in volo.

Marzia Dati, laureata in Lingua Russa, attualmente insegna Inglese nelle scuole medie superiori; si occupa dei rapporti culturali tra la Russia e l’Italia; membro del Lions Club di Massa-Carrara Apuania nonché vicepresidente provinciale della FIDAPA (Federazione Italiana Donne, Arti, Mestieri ed Affari), da anni si occupa di promuovere incontri di ambito artistico fra Russia ed Italia, con particolare riferimento all’arte della seconda metà del XIX secolo: durante la serata svolgerà il ruolo di moderatrice.

Lucia Menapace, attrice teatrale carrarese, già allieva di Rina Centa, ha partecipato a stage dell’Accademia Nazionale di Recitazione “Silvio D’Amico” e dell’Istituto Scenotecnico di Svezia; segue da anni un lungo percorso di dizione e recitazione; lavora in ambito professionistico con Andrea Buscemi (“Provaci ancora Sam” di W. Allen), Luca Tintori (“Oltre ogni limite”, rappresentato al Teatro Fabbricone di Prato e Il Bosco di D. Mamet in prima nazionale italiana)  e altre compagnie toscane, poi ha partecipato alla fiction su Canale5 “Dio vede e provvede” con la regia di E. Oldoini; ad oggi, lasciato il percorso professionale, è recente co-fondatrice della “Nuova Compagnia Teatro d'Autore”, che si prefigge di portare, in ambito amatoriale, l'abbinamento di spettacoli di prosa e poesia con l'attenzione al sociale e alla solidarietà; durante l’evento leggerà le poesie dell’antologia.

Riccardo Guerra, laureato in Lingua Ungherese e Rumena a Roma, dove ha per lunghi anni vissuto e studiato, è attualmente presidente dell’Accademia Albericiana di Carrara; da sempre appassionato di Storia, in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, a Carrara, ha tenuto una conferenza su “Ciceruacchio e Pellegrino Rossi a Roma”, analizzando i rapporti fra Repubblica Romana e Risorgimento; durante la serata del 28 agosto ricoprirà il ruolo di presentatore dell’evento.


Mario Fresa. Questionario di poesia (12)




Mario Fresa
Questionario di poesia (12)


Tiziano Salari







Qual è il segreto progetto cui tende la tua scrittura?

Per quanto ci si sforzi a mantenere aperto, nel linguaggio critico e filosofico, un codice letterario denominato poesia, e su questo anche si speculi in vario modo, con riviste che vi si richiamano e case editrici specialistiche alimentate dal bisogno diffuso di conformarsi a una certa necessità di comunicare, è indubitabile che le problematiche relative rientrano all’interno della fine di una Tradizione in cui, insieme alla poesia, è implicata, nella sua essenza, la filosofia contemporanea. Questa Tradizione si è soliti definirla Tradizione occidentale (per la sua origine greca), ma, per la sua pervasività, è divenuta ormai mondiale e, nella lunga agonia che porta alla sua estinzione, anche tende a uniformarsi mondialmente  (poeticamente e filosoficamente), tanto da rendersi visibile, al di sotto dei diversi veli linguistici, il sorgere di una koiné internazionale, sia nel linguaggio poetico che nel linguaggio critico e filosofico. Tralascio, al momento, una distinzione più pertinente, pur conoscendo tutte le obiezioni  radicate fortemente  nelle convenzioni istituzionali e nella mentalità sia professionale che comune relativamente agli ambiti specifici di poesia e filosofia. Se c’è infatti un modo di trattare questa problematica evitandone le conseguenze (adagiandosi così in una sopravvivenza indeterminata e illusoria di una significatività dei diversi discorsi), è il ricercarne le cause di una decadenza  (della poesia, e in conseguenza del poeta e del suo carisma) nella sociologia  o nella perdita  del mandato sociale del poeta, come Franco Fortini ribattezzò la definizione di Walter Benjamin  gesellschaftlicher Auftrag sulla destituzione del ruolo del poeta nella società moderna e contemporanea, e della delega che gli è stata ritirata di produrre opere sottratte  al ciclo della necessità economica e dotate di un valore simbolico unificante le varie anime di una comunità.
Che, d’altra parte, la situazione della poesia moderna consista nella «perdita di rappresentanza sociale, ed ha come effetto un incremento  dell’autoreferenzialità dei linguaggi e dei canoni, ormai privi di un riconoscimento condiviso» – e cioè quanto succede , in forme più o meno riconosciute, nella proliferazione attuale di libri poetici, e nella loro distribuzione catacombale – nulla toglie che l’individuazione di un fenomeno sia insufficiente  se tale fenomeno rimane isolato nell’ambito del suo codice di appartenenza, e cioè di un certo concetto di poesia e di letteratura. Se, all’opposto, spostiamo la visuale, dalla problematica legata strettamente alle ragioni della poesia e della sua sopravvivenza, a quella del senso (o della mancanza di senso) del bisogno di espressione (in qualunque forma si manifesti) – in ultima analisi alla sua valorizzazione quale strumento di conoscenza -  ecco che la molteplicità dei discorsi ci offre una visione caleidoscopica  delle forme di vita non più riconducibili a unità o sintesi di valori comuni, ma  specchi di erranza esistenziale, che a loro volta esplicano  tendenze non più riconducibili a quanto tradizionalmente viene inteso per poesia e per letteratura. Il progetto della mia scrittura è cercare di rivelare questa comune sorgente e appartenenza della poesia e del pensiero filosofico.

Come nasce in te una poesia?

La scrittura nasce in me dalla necessità di dare un senso alle problematiche esistenziali. Che cosa significa  passare da un valore simbolico condiviso e universale a un linguaggio  limitato all’autoreferenzialità  di piccoli gruppi e senza alcun valore simbolico?  O, in questo passaggio, è implicato  anche il concetto di verità, collegato a corrispondenze tra pensiero e cose che antecedentemente rimanevano essenzialmente stabili (in analogia con i valori simbolici condivisi) e che nell’ultimo secolo  hanno via via perso ogni corrispondenza, di conseguenza liquidando lo stesso concetto di verità? Almeno a partire da Nietzsche la verità è diventata un concetto prospettico,  legato a tavole  di  senso e di valori infondati (o fondati puramente sulla volontà di potenza). Ecco, in un certo senso, la mia scrittura è il mio apporto prospettico alla ricerca della verità.

Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Credo di aver già risposto al quesito. E ciò che sfugge è sempre la verità, l’inafferrabilità del senso ultimo e decisivo.

La poesia è salvazione?

Che cosa ci aspettiamo dalla poesia? Che cosa intendiamo per salvazione? Già Aristotele parlava di catarsi, nella sua Poetica, per l’effetto di purificazione che avrebbe dovuto provocare una tragedia di Eschilo o di Sofocle. E Leopardi, nello Zibaldone: «Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie[…]: servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta». Le grandi tragedie, le opere di genio…Credo che la  salvazione, in questo senso, sia riservata a pochi. Per il resto è la felicità dell’ultimo uomo di Nietzsche che crede di averla trovata a buon mercato, e in modo ammiccante ci annuncia la sua scoperta.

A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Non c’è un gioco particolare, ma è tutta l’infanzia che si svolge in un’atmosfera favolosa e poetica. La poesia ci aiuta a  rievocare  quell’esistenza sospesa  in un mondo incantato e da lì tornare a guardare la faccia brutale della realtà.

Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

Mi ha insegnato il difficile rapporto con la questione della verità. Che noi apprendiamo il mondo due volte, uno con la nostra esperienza diretta e l’altro attraverso la letteratura e la poesia. O c’è una letteratura che ci svia (quella di pura evasione) e un’altra che ci rende consapevoli del nostro essere al mondo? O forse la letteratura costituisce un filtro attraverso il quale passiamo le nostre esperienze? E di quale sapere, poi, di quale verità si tratta? Certo di un sapere e di una verità di nessuna utilità strumentale (al di fuori delle  cattedre di scuola, dove non si ha a che fare con la verità ma con la pura e semplice trasmissione di conoscenze).

Quale è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

Ci sono poeti che hanno bisogno di molte maschere (ad esempio Pessoa) ed altri che ne hanno una sola. Sia gli uni che gli altri esprimono tuttavia sempre una cosa sola: se stessi.

Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

Ne citerò due.
Carlo Michelstaedter (1887-1910), più noto come filosofo, ma la cui scrittura poetica è al calor bianco.
Giovanni Ramella Bagneri (1929-2008), poeta solitario e visionario.

Quale è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

Mi vengono in mente solo le sentenze del Sileno. Non essere mai nato, o, una volta nato, avere la fortuna di morire giovane e caro al cielo.Oppure accettare il destino fino in fondo, assoggettarsi all’Ananke, come il pastore di Nietzsche, che morde e sputa la testa del serpente che lo sta avvolgendo. E sceglie l’eterno ritorno della propria infelicità.

Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?

Un verso di Hölderlin:
Was bleibet aber, stiften die Dichter.
Ma ciò che resta, della storia del mondo, lo istituiscono i poeti.






In alto: Equilibrio instabile di Paul Klee [1879-1940]







domenica 21 agosto 2011

Mario Fresa. Questionario di poesia (11)




Mario Fresa
Questionario di poesia (11)


Raffaele Urraro







Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?
Non ci sono segreti. Piuttosto diverse motivazioni cooccorrenti: esigenza di dire e dirsi; dialogo con la pagina bianca, che vuol dire dialogo con me e con il mondo; spinta a costruire un progetto di/con le parole; speranza, questa sì segreta, che si possa stabilire un qualche rapporto con chi leggerà le mie parole. Non rapporto di consonanza, ma di conoscenza, di dialogo, di comunicazione.

Come nasce, in te, una poesia?
Un po’ come in  Leopardi,  si licet parvis componere magna. Di solito c’è sempre un contenuto (un’idea, un pensiero, un concetto) che abita un certo periodo la mia mente. E questo processo dura fino a quando non pervengo al momento dell’inveramento del prodotto della mente nella parola poetica. A volte il processo dura poco, a volte molto tempo. Ma la cosa più importante è che normalmente procedo per tentativi, cancellature, rifacimenti, abbandoni, riprese, fino a quando non mi convinco che le parole dicono ciò che volevo. Allora smetto.
Ma mi capita anche ciò che afferma Valéry: a volte il primo verso davvero te lo manda Dio, o la Musa, o il caso; il resto è affar tuo, nel senso che sei tu che devi cercare di fare in modo che gli altri versi siano della stessa qualità del primo. E non è facile.

Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?
Io penso – almeno così capita a me – che il fare poetico sia frutto dell’esperienza totale del poeta: vita vera, progetti filosofici o ideologici, sogni, illusioni, delusioni, costituiscono la materia del prodotto. Comunque di una cosa sono sicuro: in ogni poesia c’è il poeta, o con la sua esperienza personale di vita vissuta, o con il suo mondo filosofico, o con la lettura del reale fatta con i suoi occhi o effettuata attraverso le lenti della sua intellettualità. Il poeta non è mai estraneo al suo prodotto. E questo è vero sia quando si tratta di poesia autenticamente e dichiaramene soggettiva, sia quando il poeta rivolge il suo sguardo al mondo esterno.

La poesia è salvazione?
Penso che per molti lo sia o lo possa essere: la poesia può essere l’“interlocutrice ideale” per chi ha rotto i ponti con gli altri, con il mondo, con la società; ad essa vengono spesso affidate – nel senso che in esse vengono espresse -  quelle esigenze dell’anima, quelle richieste della coscienza, anche i capricci e le bizzarrie della mente, le fantasie e i voli, che sarebbe difficile comunicare o confessare agli altri. Il che può anche significare salvazione. Questo per alcuni.
Per altri, invece, la poesia è progetto, costruzione di un edificio, di un mondo, nel quale altri possano andare ad abitare.

A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?
Trovo molto bizzarra questa domanda, davvero fantasiosa e un po’, come dire?, provocatoria. Fammici pensare… Beh! Potrei paragonarla al gioco della rincorsa alle farfalle per catturarne il maggior numero rispetto ai compagni “concorrenti”, contarle e farle poi di nuovo volare: la ricerca affannosa delle parole per catturarle e farle poi rivivere in un testo poetico mi sembra davvero possa avvicinarsi al gioco delle farfalle il cui volo ha già di per sé qualcosa di veramente poetico e allusivo. Ma a questo accostamento sono stato davvero tirato per i capelli dalla tua domanda.

Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?
Stiamo parlando della poesia, cioè dell’attività ritenuta generalmente fantastica e immaginativa per eccellenza, eppure la frequentazione della scrittura poetica mi ha insegnato il senso del rigoroso controllo di ciò che si produce, delle stesse emozioni, quasi uno scientifico impegno nel lavoro di costruzione, tanto che in uno dei miei libri, Il destino della Gorgonia del 1992, parlo della poesia come “artificio della mente”, nel senso che, pur ammettendo che la poesia può nascere da spinte diverse (emozionali, intellettuali, ideali, addirittura fisiche), tuttavia è la mente il vero laboratorio in cui il prodotto viene elaborato e definito sempre sotto vigile sorveglianza.

Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?
Ritengo non si tratti di finzioni e mascheramenti come operazioni nasconditive, ma di modalità del fare poetico il cui livello varia da poeta a poeta. Vero è però che tra simbolismi, metafore, correlativi oggettivi, giochi della fantasia e dell’immaginazione, ecc., la finzione e il mascheramento – intesi come ho detto prima – sono molto presenti. Tocca al lettore svelarli, svelarne il significato recondito che rinvia sempre ad altri sensi, il che costituisce l’ambiguità, e quindi la ricchezza, del fare poetico.

Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?
Sì, e non voglio andare neanche lontano. Mi piacerebbe che il poeta Franco Capasso avesse una rilettura critica adeguata al valore della sua poesia. Purtroppo, a distanza di solo qualche anno dalla sua morte, sembra già non essere mai esistito. Per quanto mi riguarda mi dichiaro disponibile a partecipare a qualunque iniziativa finalizzata a una sua riscoperta e riproposizione.

Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?
Quello di saper parlare alla mente e al cuore del maggior numero possibile di persone. Se la poesia nasce e muore nelle nicchie, se non è capace di parlare alla “società”, se non è capace di innescare meccanismi mentali, intellettuali, psicologici, a che altro può servire? Guarda che non si tratta di linguaggio, perché ogni poeta deve essere libero di costruirsi il suo, ma di strutturazione complessiva dei testi poetici. Ma so bene che ho toccato un nervo scoperto perché, effettivamente, è un/il problema del fare poetico di oggi, che dovrebbe però essere affrontato in uno spazio ben più ampio.

Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?
Cito un verso tra i più intensi e drammatici del “mio” poeta, Giacomo  Leopardi: «e il naufragar m’è dolce in questo mare». Debbo spiegare perché? Penso che non ce ne sarebbe bisogno. Tuttavia lo faccio: in questo mare dell’infinito che ci avvolge – solo immaginato o intimamente avvertito nella sua illimitatezza – è comunque “dolce”, caro, fascinoso e affascinante “naufragare” perché, al di là di tutto, penso che sia un privilegio vivere, essere vissuti, aver fatto questa esperienza così ricca, così intensa, così straordinaria. E questo al di là dello stesso pensiero leopardiano.
Se devo citare, invece, qualcosa di mio, ebbene mi piace citare una strofa tratta da un testo di La parola e la morte: «vivere di morte è un gioco / che spacca le pupille spicchio a spicchio / :meglio il sapore d’una luna storta / o lama che s’infiltra», strofa che racchiude tutto il senso che io attribuisco all’esistenza e al difficile e problematico “mestiere di vivere”.   







In alto, un particolare tratto da Le Ninfee di Claude Monet [1840-1926]










giovedì 18 agosto 2011

Mario Fresa. Questionario di poesia (10) Francesco Osti



Mario Fresa 
Questionario di poesia (10) 



Francesco Osti











Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?

Penso proprio aiutarmi a conoscermi.



Come nasce, in te, una poesia?

È un'emozione che ha esigenza di gettarsi fuori.



Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?

Spesso la poesia è sotterranea proiezione di desideri: sì, di qualcosa che sfugge.



La poesia è salvazione?

Può esserlo quando aiuta a riconciliarsi.



A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Al gioco delle costruzioni: cercavo allora i pezzi precisi come ora cerco le parole.



Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?

Assolutamente ad avere più cura di me.



Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?

Non saprei, dipende: penso che l'importante sia che il messaggio veicolato dalla poesia giunga smascherato.



Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?

Da ricordare Giorgio Caproni per le continue sorprese che la sua poesia riserva. Rivaluterei Francis Ponge (o meglio lo ripubblicherei immediatamente) per l'originalità della sua opera.



Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?

Quello di lasciarsi alle spalle ogni arrivismo.



Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?

«Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere» di Giuseppe Ungaretti perché scoprire (o riscoprire) le proprie origini penso sia fonte di serenità, a tratti, forse, di gioia.









© Riproduzione riservata






In alto, Chop Suey di Edward Hopper [1882 – 1967]










sabato 13 agosto 2011

Mario Fresa. Questionario di poesia (9)



Mario Fresa
Questionario di poesia (9)


Antonio Spagnuolo









Qual è il segreto progetto a cui tende la tua scrittura?
Nel grande serbatoio del rimosso si scoprono tutte le implicazioni dell’esperienza dell’io, sociale e storica, tanto che il raccordo tra privato e pubblico si mantiene praticabile ed efficace ai livelli più profondi e forse decisivi per una comprensione e distinzione da altro orizzonte, ove l’immaginazione si isola e si contestualizza in alchimie deformanti.
Il chiarore sensuale accoglie sulla pagina tutto quello che viene pensato o, meglio, intuito, e apre l’immensa distesa di una pianura dove uno possa scorazzare con estrema libertà , felice come un bambino che si possa giocare con la parola o il suono, senza dover rendere conto di quanto accade intorno.
La libido produce il sapere senza oggetto , in disarmonia con il reale, quindi la poesia è legata all’inconscio, e l’inconscio è il luogo della poesia.
A me piace immaginarla come un virus, ancora sconosciuto alla scienza, che si insinua nella psiche e corrode giorno dopo giorno le circonvoluzioni cerebrali, per penetrare nel subconscio e dettare quelle visioni ritmiche che il comune mortale non riesce ad elaborare se non nel verso. Una malattia capace di rendere immortale ogni pensiero e capace di manifestarsi nel caleidoscopico fulgore del fantastico.  Essa comporta da parte dello scrittore una vera e propria assunzione di contenuti e mitemi anch’essi di origine psicoanalitica: che a dirlo più chiaramente, entrano massicciamente nei  versi, fino a diventarne radice e sostanza, nel ben noto binomio di eros e thanatos, l’endiadi-opposizione di libido e morte, assunti per via di una estrema semplificazione, con un’intensità quasi aggressiva e sofferti per converso fino allo spasimo e allo sgomento: lo spasimo che  si aggrappa all’eros in nome della vita, lo sgomento di chi da esso regredisce, per stanchezza magari e sazietà, verso immagini vertiginose.

Come nasce, in te, una poesia?
Molto semplicemente il “ritmo”, che alcune visioni del quotidiano offrono senza nemmeno dartene sensazione, incomincia a martellare l’udito sia nel silenzio della meditazione, sia nel frastuono del traffico, e piano piano attacca l’endecasillabo che immediatamente attacca con la sua musicalità.

Il poeta parla di ciò che realmente vive o di ciò che vorrebbe ricevere, e che sempre gli sfugge?
Per la mia esperienza posso dire che il poeta parla quasi esclusivamente di ciò che realmente vive, di ciò che lo affascina o lo tormenta nel lento scorrere delle ore o nel troppo veloce scorrere del tempo. Ciò che vorrebbe ricevere ha anche una sua parte nel dirsi, ma questa rimane quasi sempre una utopia.

La poesia è salvazione?
Senza alcun dubbio la poesia è salvazione , è purificazione , è elevazione, è ricerca di quella verità  che si nasconde tenacemente fra le idee e l’empireo

A quale gioco della tua infanzia vorresti paragonare la tua poesia?

Da giovincello mi cimentavo spesso  con alcuni amici nella recitazione. Allestivamo nel salone della abitazione paterna una specie di palco con tendone e urlavamo al vuoto le nostre invenzioni teatrali, felici di avere un pubblico invisibile.

Che cosa ti ha insegnato la frequentazione della scrittura poetica?
La frequentazione della scrittura poetica è stata foriera di cultura, intesa nel più ampio dei significati. Il mio bagaglio si è arricchito enormemente giorno dopo giorno, e mi ha imposto una severità di espressione, di giudizi, di certezze educative , di proposte, di ricerca.

Qual è il grado di finzione e di mascheramento di un poeta?
Personalmente non credo che possa ritrovare nella mia scrittura momenti di finzione o di mascheramento. Le “metafore” che sono ricchezza della mia poesia sono tutte dettate da un sincero svolgersi della creatività.

Vorresti citare un poeta da ricordare e da rivalutare?
Gabriele D’Annunzio per me rimane sempre un poeta estremamente ricco e sfavillante. Lo ho amato sin dai tempi del liceo e quando posso mi ripeto a memoria molti dei suoi incantevoli e scoppiettanti versi.

Qual è il dono che augureresti a un poeta, oggi?
Più che augurare un dono sarei per un consiglio. Siate umili e sinceri. Leggete senza tregua gli autori che ci hanno preceduto, fatene sangue della vostra pagina. Imparate a seguire il ritmo, la musicalità che la “parola” offre e lasciate che il lettore possa comprendere ciò che scrivete.

Puoi citare, spiegando perché, un verso che ti è particolarmente caro?
Domanda trabocchetto ! Rileggendo i miei versi difficilmente potrei indicarne uno che sia particolarmente caro, perché quasi tutte le mie poesie hanno un aggancio con la mia vita vissuta, che rimane come fuoco inestinguibile. Più di un verso allora mi risulta specificamente caro come ad esempio : “Quel pastello irrequieto / mi coglie ancora fra le tue ginocchia/ ad esplorare la mia malinconia…”, ove l’infierire degli anni mi trasporta ancora una volta alle illusioni e alla sensualità della trascorsa gioventù.




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In alto, un disegno di Alferio Spagnuolo [1904-1981].